Quando un anno fa vi ho parlato per la prima volta di quelli che secondo me sono i principali trend della comunicazione ho iniziato con l’evoluzione del brand spiegando che se da una parte lo stesso non è più relativo unicamente a prodotti e servizi dall’altra è spesso soggetto ad esperimenti di ibridazione volti a creare nuovi universi valoriali accostando due brand apparentemente molto diversi ma che in realtà possono avere in comune il target, la brand equity, codici di comunicazione, etc.
la 500 by DIESEL è una variazione sul tema 500, ideata per conquistare gli amanti della moda, tendenzialmente giovani, interessati ad un allestimento dell’auto ancora più ricercato e per certi versi eccentrico. A cominciare dal colore della carrozzeria, “verde DIESEL” come la livrea dell’elicottero personale di Renzo Rosso. E poi ci sono degli speciali cerchi in lega da 16 pollici caratterizzati dal logo DIESEL e che lasciano vedere tra le razze le pinze dei freni verniciate di giallo […]
La Fiat 500 Barbie è caratterizzata da una serie di dettagli che richiamano in maniera esplicita il personaggio Mattel e il suo mondo; a partire dalla vernice scelta per la carrozzeria, un rosa laccato che ricorda le vernici da manicure, agli interni rosa-crema con numerosi particolari “Glitterati” che impreziosiscono gli esterni e l’abitacolo, come i sedili rifiniti col lamine argentate o i tappeti con vera seta naturale.
Il 2010 invece si apre con Alfa MiTo Nine, la nuova versione speciale della MiTo che Alfa Romeo ha presentato in concomitanza con l’uscita nelle principali sale cinematografiche italiane del film ”Nine”, diretto da Rob Marshall e che vede tra i protagonisti Daniel Day-Lewis, Nicole Kidman, Penelope Cruz e Sophia Loren.
A un prezzo di listino di 1.400 euro (IVA inclusa), il Pack "Nine" prevede cerchi da 16” Elegante, tetto verniciato nero e trattamento satinato per maniglie, calotte degli specchi e cornici dei fari. Invece, nel caso dell’allestimento Distinctive e ad un prezzo di 1.700 euro (IVA inclusa), il Pack "Nine" offre cerchi da 17” Elegante, sedili in pelle, regolazione lombare del sedile del passeggero anteriore, tetto verniciato nero e trattamento satinato per maniglie, calotte degli specchi e cornici dei fari. 100119_AR_MiToNine_02.jpg E perché la versione speciale "Nine"? Alfa Romeo celebra un importante "product placement": per la pellicola americana, ambientata in gran parte in Italia, è stata "scritturata" una splendida Alfa Romeo Giulietta Spider del 1955 [fonte blogosfere.it]
Da diversi anni il settore automotive si lega al cinema per le sue attività di comunicazione, non esclusivamente di product placement, pensiamo ad esempio alla partnership tra la nuova Peugeot 5008 e L’era glaciale, tra la Mazda CX-7 e Avatar, e tra Mercedes e Sex & the city, collaborazione confermata anche per l’uscita del secondo capitolo della trilogia cinematografica; è la prima volta, invece, che noto il nome di un film sulla carrozzeria e sul listino prezzi di una vettura e non solo come tema di comunicazione di una campagna pubblicitaria.
Vorrei quindi condividere alcune considerazioni:
Ogni attività di comunicazione può diventare a sua volta contenuto di comunicazione: l’attività di product placement in questo caso diventa il tema centrale dello spot televisivo e del minisito dedicato al prodotto.
Internet è il mezzo ideale per la valorizzazione di un’attività di comunicazione nel momento in cui non solo viene utilizzato per darle ulteriore visibilità rispetto ai mezzi offline ma per veicolarla come un vero e proprio contenuto. Pensiamo ad esempio alle opportunità che offre una sponsorizzazione come ad esempio ha fatto Peroni, sponsor ufficiale della nazionale italiana di rugby, creando il sito internet tuttorugby.it.
Sempre di più la comunicazione richiede il coinvolgimento dell’area di product management e di innovation in modo che sia il prodotto in primis ad abbracciare i temi e i valori trasmessi: dal packaging alla carrozzeria. A questo proposito un esempio calzante è il caso delle patatine Walkers con l’iniziativa “Do us a flavour” di cui vi ho parlato l’anno scorso.
Nel precedente post ho parlato di come la crisi economica possa essere vissuta non solo come una minaccia ma anche come un’opportunità, in particolare per la comunicazione.
Avevo citato casi di aziende come Coca Cola e Kellogg’s che hanno dato vita ad iniziative pubblicitarie legate alla crisi, in maniera diretta o indiretta, con il rischio di non essere gradite dai consumatori (mi riferisco in particolare al caso "Spot Coca Cola : Giulia e la crisi").
Avevo anche scritto che a mio avviso le aziende che hanno colto maggiormente questa opportunità sono quelle operanti nel retail che possono in questo contesto di crisi economica far leva su due aspetti ovviamente rilevanti per la categoria: la vicinanza al consumatore e la convenienza.
Durante il mio soggiorno londinese ho potuto notare e anche approfittare di alcune iniziative di catene molto note in UK.
TESCO "CHEAPER ALTERNATIVES"
Tesco ha creato all’interno del suo sito un’area dedicata alla ricerca di "alternative più economiche".
Basta navigare all’interno dello store online e cliccare, dove presente, sul link See Cheaper Alternatives! per visualizzare lo stesso prodotto di un brand diverso (generalmente la private label di Tesco) ad un costo inferiore e aggiungerlo nel carrello (seguono screenshot dalla demo in flash presente sul sito).
Questa iniziativa è stata promossa su diversi media tra cui una campagna banner "interattiva": passando sopra ai prodotti era possibile visualizzare la "cheaper alternative" di ciascuno e alla fine conoscere il totale di pounds risparmiati scegliendo le alternative più convenienti proposte da Tesco.
Marks & Spencer con una certa periodicità lancia la promozione "Dine in for £10" dove con dieci sterline è possibile acquistare
A MAIN MEAL
+
SIDE DISH
+
DESSERT
+
A BOTTLE OF WINE
per due persone tutto a dieci sterline.
Vi assicuro che come offerta è assolutamente conveniente e apprezzata da molti consumatori, sia considerando i prezzi del food in UK, sia considerando la catena che non ha mai puntato sul low cost. A questo proposito mi sento di dire che l’iniziativa è anche molto coerente con i valori del brand che non vuole svalorizzare la sua immagine di qualità puntando esclusivamente sulla leva prezzo ma che preferisce piuttosto parlare di una scelta efficiente, qualità e convenienza insieme.
SAINSBURY’S "FEED YOUR FAMILY FOR A FIVER"
Sainsbury’s ha lanciato la campagna "Feed your family for a fiver" ossia "dai da mangiare alla tua famiglia con cinque sterline" (fiver è una tipica espressione inglese che si potrebbe tradurre nel nostro "cinquino" o ai tempi della lira lo "scudo" che a quanto pare non si usa più da quando siamo passati all’euro).
Qui potete vedere il recente spot tv con il testimonial Jamie Oliver, noto chef inglese.
L’iniziativa è in questo momento anche oggetto di discussione nella community del sito di Sainsbury’s.
E IN ITALIA?
Anche in Italia alcuni retailer hanno unito all’interno delle campagne di comunicazione i due aspetti di vicinanza al consumatore e convenienza.
Ne sono un esempio la campagna di Coop "Come sarà il 2009?", in cui è chiaro il riferimento al periodo di crisi economica ma senza esplicitarlo come nel caso di Coca Cola,
e Lidl che dopo aver sostituito le offertone della settimana con lo spot "Ogni giorno è speso bene" (dove si tenta di adottare dei codici di comunicazione più emozionali legati all’immagine della nuova famiglia italiana)
ha deciso poi di integrare nello spot entrambi questi due aspetti: spot "emozionale" + offerta della settimana.
Direi di fermarmi qui, sicuramente ci sono altri esempi di comunicazione molto interessanti nel comparto del retail nati in risposta al periodo di crisi economica, ne volete segnalare qualcuno?
Un paio di settimane Quasi un mese fa ho partecipato al Materacamp e come ho già detto su Friendfeed è stata un’esperienza indimenticabile sia per il luogo, sia per le persone, sia per il contesto, ossia la formula del barcamp.
Come molti di voi sanno i barcamp sono eventi organizzati da volontari e realizzabili grazie al contributo di sponsor pubblici e privati in cui non esiste un’agenda prefissata con relatori ed interventi, ognuno può decidere di fare uno speech: è sufficiente arrivare presto la mattina e attaccare un post-it con il proprio nome e il titolo dell’intervento sulla board vuota con gli slot orari disponibili.
Gli interventi dovrebbero essere inerenti il tema del barcamp che in alcuni casi è definito dalla natura stessa dell’evento (ad es. il Parmaworkcamp era dedicato ai rapporti fra il mondo del lavoro e il web, mentre al Wordcamp a Milano sabato scorso il tema era la piattaforma di blogging Wordpress) o è indicato nel wiki. Il tema del Materacamp 2009 era “come il web e la tecnologia possono aiutare l’economia a sconfiggere la crisi”, un argomento molto interessante di cui purtroppo non ho sentito interventi (va detto che sabato sono arrivata dopo pranzo quindi ho perso tutta la mattinata).
Qualcuno potrà dirmi: perchè non hai fatto un intervento tu? Avrei voluto ma mi sono ridotta all’ultima settimana e purtroppo non ho avuto il tempo di prepararlo. Ma il bello di internet e dei social media in particolare è la possibilità di prolungare “gli effetti” di un evento e quindi ve ne parlerò qui.
Il titolo del mio intervento sarebbe stato: La crisi come opportunità di comunicazione.
Non tutti i mali vengono per nuocere, anche la crisi economica.
In un momento in cui la maggior parte delle aziende vedono la crisi come una forte minaccia alla propria sopravvivenza altre cercano di sfruttarne gli aspetti positivi, un po’ come farebbe Pollyanna con il gioco della felicità (“The Glad Game”).
Ma cosa ci può essere di positivo nella crisi e perchè alcune aziende investono in comunicazione nonostante il periodo sfavorevole?
L’investimento pubblicitario è uno degli indici di “salute” di un’azienda.
Se un’azienda anche in periodi di crisi continua a pubblicizzare i suoi prodotti, viene percepita come solida e quindi in grado di mantenere uno standard di qualità verso i suoi clienti/consumatori. Questo è il punto di vista di Svetlana Gladkova che individua delle analogie tra questa crisi e quella degli Anni 30, la Great Depression, in cui le aziende che sono sopravvissute non sono quelle che hanno tagliato i costi di comunicazione ma quelle che hanno continuato a pubblicizzare i propri prodotti e a convincere i consumatori a sceglierli rispetto a quelli dei concorrenti che avevano smesso di “parlare” (under-advertised).
Il silenzio spaventa.
Nei periodi di recessione si respira ovviamente molta tensione: gli impiegati hanno paura di essere licenziati da un momento all’altro, i fornitori di non essere pagati, i consumatori di vedere un abbassamento nella qualità dei prodotti, gli azionisti di assistere al crollo delle quotazioni etc. e stare in silenzio non può che peggiorare la situazione. Comunicare in maniera diretta a ciascun target può da una parte rassicurarli nel caso in cui l’allarmismo non sia motivato dall’altra dà comunque un’immagine positiva all’azienda di trasparenza e di interesse nei confronti del sentiment dei propri pubblici di riferimento (per approfondire questo aspetto vi consiglio l’articolo "10 Ways to weather the storm").
Nel silenzio la tua voce si sente di più.
Se i tuoi competitor hanno deciso di tagliare gli investimenti in comunicazione non è detto che tu debba fare lo stesso. Se normalmente è difficile riuscire a farsi notare e sentire da parte dei propri clienti, il "silenzio" che si genera in tempi di crisi può diventare un vantaggio competitivo.
La crisi può diventare un leva di comunicazione pubblicitaria.
Alcune grandi aziende hanno dato vita a campagne incentrate sulla crisi come tema di comunicazione.
Chi ha saputo a mio avviso trarre maggior vantaggio da questa opportunità sono tuttavia le aziende del retail, ma preferisco dedicare a questo fenomeno un post dedicato.
E un’opportunità per sperimentare l’utilizzo di nuovi media.
La necessaria riduzione dei budget di comunicazione in alcune aziende può essere vissuta come un’opportunità per sperimentare mezzi più efficienti e affini al proprio target e anche nelle aziende più restie ci si interroga su quale ruolo dare a internet nella propria strategia di comunicazione ma soprattutto di marketing.
The official reason is simple and straightforward: Procter & Gamble believes they will be able to achieve similar or comparable results targeting online viewers but the expenses will be lower which is very important during the current global financial crisis.
Per concludere non voglio dire che sto trattando il tema della crisi con superficialità e con il piglio egoista del comunicatore ma con cercare di affontarla con propositività e un pizzico di furbizia.
Cosa ne pensate?
AGGIORNAMENTO 30 MAGGIO 2009
Incorporo la conversazione generata su Friendfeed grazie al post-commento di Suzukimaruti
Uno dei post piu’ interessanti che ho letto in questo ultimo periodo e’ la teoria del banner sociale. Credo di aver gia’ fatto mille complimenti a gianluca per averlo scritto ma non credo che 1000+1 facciano molta differenza.
Come spesso succede i post migliori sono quelli accompagnati da un altrettanto stimolante confronto nei commenti e nelle reazioni scatenate nella blogosfera. In sintesi la premessa del post e’ che nonostante internet sia in continua evoluzione c’e’ un particolare elemento del web che non ha subito particolari variazioni con il tempo ed e’ appunto il banner.
Tutti parlano di sharing, la parola “social” spunta da ogni dove, tranne che nell’adv online, il banner in sostanza non ha nessuna caratteristica intrinseca della “socialita’ digitale”: non ha un permalink che consenta di condividerlo in Facebook o su Twitter, o un feed salvabile nei preferiti, in del.icio.us o nel mio Google Notebook; non ti mette in contatto con gli altri che lo hanno cliccato e che evidentemente lo hanno ritenuto interessante, non vuole essere commentato e nemmeno “marcato” positivamente (nessun bottone “like” o stellina per segnalarne il gradimento)
Grazie ai commenti e’ stato tuttavia possibile individuare i primi segnali di socialita’ nell’adv online:
Maurizio ha parzialmente smentito l’assenza di funzionalita’ social nei banner mostrando un banner di nikefootball.com che consente di essere condiviso su differenti social networks.
Sara mi ha anticipato nella segnalazione delle recenti novita’ di Facebook: gli Engagement Ads.
L’idea di Avanoo e’ molto semplice: display ads for charity. L’utente clicca sul banner dello sponsor e viene reindirizzato ad una pagina dove e’ possibile avere informazioni sull’associazione no profit che lo sponsor sostiene e che lo stesso utente ha contribuito in minima parte a supportare grazie a quel click. Praticamente Avanoo ha ripreso l’idea di diverse iniziative noprofit tra le quali ad esempio the hunger site e the breast cancer site ma l’ha "esternalizzata".
La mia perplessita’ tuttavia e’ questa: quanto e’ efficace per lo sponsor quel click visto che nel 99% dei casi sara’ legato a motivazioni non riconducibili al suo brand e/o a suoi prodotti? L’iniziativa in se’ e’ ovviamente positiva, un altro modo per supportare le associazioni no profit non e’ mai un male anzi, ma da un punto di vista markettaro non mi viene in mente un motivo valido per cui proporre un’attivita’ di comunicazione di questo tipo. Se un’azienda decide di supportare un’associazione noprofit ha sicuramente a disposizione modalita’ molto piu’ stimolanti e coerenti vero Paolo?)
(In ogni caso, ad esclusione dell’articolo linkato, non ne ho sentito parlare, quindi non escludo che non sia stato un gran successo).
Spongecell invece ha sostituito il classico banner con un mini-event planning widget, ossia un widget al cui interno e’ presente l’invito ad un evento che e’ possibile aggiungere direttamente a diversi calendari online e nella sezione eventi del proprio profilo su Facebook o inoltrare ad un amico. All’interno della galleria del loro sito sono presenti diversi esempi.
Un’idea semplice, utile, focalizzata ma anche facilmente replicabile.
Arriviamo infine a chi sta facendo la parte del leone in questa evoluzione del banner verso una maggiore "socialita’": Facebook con i suoi Engagement Ads. Il famoso social network ha deciso di integrare la propria offerta pubblicitaria con tre nuove proposte:
1) Comment Style Ad: Gli utenti possono commentare all’interno dello spazio pubblicitario, ad esempio possono lasciare commenti ad un trailer cinematografico . L’adozione di questo formato e’ consigliato ai Brand di entertainment e ai brand che vogliono lanciare nuovi prodotti. Il commento dell’utente sara’ visibile nel newsfeed dei suoi amici, garantendone quindi la visibilita’.
2) Virtual Gifts Style Ad: I brand possono mettere a disposizione degli utenti dei regali virtuali che gli stessi possono donare ai loro amici. Avevo gia’ notato questa modalita’ di advertisement per il lancio del film sex & city. Ho provato a guardare la scelta dei regali gratuiti al momento disponibili e non c’e’ un granche’.
Da una parte il sistema potrebbe funzionare, mi ricorda molto il concetto dei pacchetti sponsorizzati di windows live messenger, ma credo che avrebbe comunque vita breve in quanto, al contrario di messenger, ogni giorno su Facebook nascono nuove applicazioni che possono attrarre l’attenzione degli utenti.
3) Fan Style Ad: Come gia’ succede gli utenti hanno la possibilita’ di dichiarare il loro amore per un brand o per un prodotto diventandone pubblicamente fan.
Jeremiah Owyang ha scritto un post decisamente esaustivo sull’argomento facendo anche chiarezza su come e’ strutturata l’intera offerta pubblicitaria di Facebook e sul perche’ l’adv "tradizionale" su Facebook non funziona. Per quanto mi riguarda mi ero soffermata anch’io recentemente sul tema dell’inefficacia dell’advertising nei social network
Se sono all’interno di un social network difficilmente cliccherò su un banner/messaggio pubblicitario che mi porterà in un altro sito allontanandomi dal luogo virtuale in cui mi ritrovo, è come se fossi in un pub e per provare una birra diversa da quella che bevo solitamente dovessi uscire e recarmi in una nuova discoteca, magari bellissima ma dove non conosco nessuno e non mi sento altrettanto a mio agio: non sarebbe meglio farmela bere nel mio solito amato pub insieme ai miei amici?
Gli engagement ads cercano di superare questi limiti creando spazi per i brand negli stessi contesti familiari agli utenti che non sono costretti ad abbandonare il social network per piombare in un minisito sconosciuto.
Ho provato a rifletterci un po’ per capire se questa evoluzione puo’ avere successo, potra’ diventare la killer application del mercato pubblicitario o meno e per il momento sono scettica perche’ a mio avviso bisogna necessariamente fare un passetto in piu’ e soffermarsi sulla motivazione che lega gli utenti a quel determinato social network.
Riprendiamo l’esempio del pub: finalmente il brand della situazione (alias il responsabile della comunicazione o simili) ha capito che per dialogare con il suo consumatore non deve cercare di portarlo nella sua straordinaria discoteca a tutti i costi ma e’ meglio provare ad approcciarlo li’ nell’ambiente in cui si trova piu’ a suo agio, dove ci sono i suoi amici. E ora? Come inizia la conversazione? Ha qualcosa di effettivamente interessante da dire? Come puo’ catturare l’attenzione? Piacera’ ai suoi amici? Quest’ultima domanda in particolare diventa a mio avviso una leva estremamente importante per i brand in questi contesti: perche’ non creare strumenti che sfruttino davvero il lato "social" di questi network?
Prendiamo ad esempio l’uscita di un nuovo film (in questo momento mi viene in mente Kung Fu Panda visto il numero di messaggi e di fans che ho visto all’interno della pagina dedicata). Facebook ti propone il trailer e tutta una serie di altri gadget digitali: tu puoi commentare il trailer e far si che i tuoi amici lo vengano a sapere. Pensate alla possibilita’ per questo utente di organizzare ad esempio una "gita" al cinema garantendo uno sconto sul biglietto a tutti i suoi amici. Ho l’impressione che i suoi amici apprezzerebbero di piu’ e Facebook ha tutti gli strumenti e la tecnologia necessaria per mettere in piedi un sistema in grado di consentire questo genere di interazione tra utenti.
Ci sono una marea di informazioni su ciascun utente in Facebook, pensiamo ad esempio a quelle relative ai viaggi soggetto delle gallerie fotografiche e alle opportunita per il settore turistico; ora non so quali siano le limitazioni relative all’utilizzo degli stessi ma sono sicura che c’e’ un potenziale comunicativo inespresso. Voi cosa ne pensate?
PS Sono molto invidiosa nel pensare che molti di voi sviscereranno l’argomento insieme a gianluca all’ADVcamp del prossimo weekend a cui purtroppo non riusciro’ a partecipare. Sigh.
AGGIORNAMENTO 9 SETTEMBRE
Vi segnalo il case study di Mars descritto da Andrea sempre relativo ad un uso "social" di Facebook grazie anche al coinvolgimento del canale SMS.
Recentemente ho scritto un post su OneWeb2.0 in cui parlavo del caso dei produttori di South Park che hanno deciso di dare la possibilità ai fan del cartoon di guardare in streaming gratuitamente tutti gli episodi delle serie prodotte all’interno del sito southparkstudios.com.
La motivazione "ufficiale" alla base di questa scelta è molto semplice: far sì che gli utenti non siano "costretti" a scaricare illegalmente gli episodi dalle piattaforme P2P; quella non ufficiale è l’introito pubblicitario (mi autoquoto)
All’interno del sito ci sono alcuni spazi pubblicitari e alcune forme di sponsorizzazione (ad esempio l’area di creazione del proprio avatar è “presented by Virgin Mobile”); in più la visione del full episode è intervallata da 4 momenti pubblicitari, contrassegnati sulla barra di scorrimento con delle barrette bianche
In USA e UK l’online streaming televisivo gratuito sta diventando sempre di più un must per i fan che possono vedere e/o rivedere gli episodi delle loro serie preferite. Questo fenomeno però non piace a tutti e ha sortito degli effetti per alcuni insperati per altri inaspettati.
In questa seconda categoria rientrano i produttori della serie Gossip Girl che hanno deciso di bloccare lo streaming online perchè a loro avviso il loro sito CWTV.COM sta cannibalizzando l’audience televisiva:
The network said Thursday that episodes of its series "Gossip Girl" will not be streamed on CWTV.com when "Gossip" returns Monday with original episodes through season’s end. The first 12 episodes of the season, which will remain on the site, were made available free to viewers about a week after their original airdate. The CW is trying to avoid being a victim of its own success: "Gossip" has proved to be a big draw on CWTV.com, with each episode said to be generating hundreds of thousands of streams. Episodes routinely rank among the most downloaded on iTunes, which also will continue to offer new episodes [da 'Gossip Girl' stream pulled 17 Aprile 2008]
Come giustamente sottolinea Sonia Zjawinski sul blog di Wired.com, invece di cercare di capire come ottenere un introito economico dal successo di questo nuovo modello televisivo si è deciso di arrestarlo.
Una mossa ovviamente molto stupida: online non fa rima con onair, e l’utenza internet che ha fruito fino a poco tempo fa dello streaming gratuito ha delle caratteristiche diverse dalla audience televisiva.
Those hundreds of thousands of viewers who were watching directly on the CW’s site will either have to tune in or turn to P2P networks to download the show illegally. And knowing how savvy kids are, that very well may be what happens. Doesn’t Ostroff [CW's president of entertainment] know you can’t tell a teen what to do?
Questa decisione è ancora più incauta se consideriamo che l’accesso al sito di CW non era legato esclusivamente alla visione della serie ma soprattutto al bisogno di condividere la propria passione con gli altri utenti:
Not only do fans watch the show on their computers, but they post sightings of the actors on gossip blogs and exchange rumors (about both the show and its stars) on fan sites. [...] It’s not appointment television; it’s a 24-hour conversation
Riassumendo abbiamo due approcci opposti: South Park allarga la fruizione dei propri contenuti anche all’online, offrendo un servizio a valore aggiunto ai propri fan in termini di immediata accessibilità e legalità, monetizzando questo approccio con gli introiti pubblicitari. CW toglie agli utenti del proprio sito la possibilità di visualizzare la loro serie preferita in streaming sul mezzo a loro più affine nella speranza di aumentare l’audience televisiva e vendere meglio i propri spazi pubblicitari.
Quale dei due approcci porterà il risultato sperato?
Ieri ho visto una pubblicità che mi ha lasciato perplessa.
Una ragazza sta facendo un provino per diventare VJ, il sogno di molte ragazze come lei. Manca solo uno step al tanto atteso traguardo: le viene chiesto SE SA FARE LA RUOTA!
Oh no, ho le mestruazioni, e ora come faccio? Niente paura, grazie ai miei fantastici assorbenti non dovrò rinunciare a questa grande opportunità, posso fare la ruota senza alcun problema e pensiero.
Ora aiutatemi a capire… è davvero così importante saper fare la ruota per diventare VJ? Insomma non la devono saper fare nemmeno i ballerini di Amici!
AGGIORNAMENTO 11 aprile 2008
Mi sembra doveroso aggiungere anche il video della Litizzetto:
Da un po’ di tempo non vi segnalo pubblicità interessanti e questo perchè devono colpirmi, per un motivo o per l’altro, a un punto tale da portarmi ad aprire il mio pannello wordpress e scrivere un post
I social networks sono ormai da tempo al centro dei pensieri di molti addetti al marketing e alla comunicazione perchè sono coscienti del fatto che lì potrebbe risiedere il loro target, sia esso di vendita che di comunicazione, e non sanno come raggiungerlo.
Regole di comunicazione che sono valide in un contesto non possono avere ovviamente la stessa efficacia in altri, ed è per questo che Google non ottiene gli stessi risultati sul suo motore di ricerca e su MySpace. Il motivo è ovvio: se nel primo caso la scelta di navigare in Google Search è legata alla specifica esigenza di cercare e soprattutto trovare qualcosa nel più breve tempo possibile, nel secondo invece è connessa ad altri obiettivi, classificabili sarà ovvio dirlo di "networking". Come scrive Joshua Porter nel suo post "Why Social Ads Don’t Work" non a caso Google si pone come obiettivo di continuare a ridurre il tempo che gli utenti trascorrono all’interno del suo motore di ricerca, perchè questo vuol dire che gli stessi sono riusciti a soddisfare velocemente il loro bisogno, mentre Facebook mira ad ampliare quanto più possibile il time-per-visit dei suoi iscritti.
Lo stesso messaggio pubbilcitario può quindi essere percepito in maniera completamente differente a seconda del contesto: se all’interno del motore può essere utile perchè pertinente con la mia ricerca, all’interno di Facebook è fastidioso perchè decontestualizzato (ci si potrebbe scrivere un libro su questo.. o qualcuno lo ha già fatto??) e antiestetico.
Se sono all’interno di un social network difficilmente cliccherò su un banner/messaggio pubblicitario che mi porterà in un altro sito allontanandomi dal luogo virtuale in cui mi ritrovo, è come se fossi in un pub e per provare una birra diversa da quella che bevo solitamente dovessi uscire e recarmi in una nuova discoteca, magari bellissima ma dove non conosco nessuno e non mi sento altrettanto a mio agio: non sarebbe meglio farmela bere nel mio solito amato pub insieme ai miei amici?
In sintesi
the context is entirely different. When you’re in search mode, you are playing by different rules
L’analisi dei primi risultati relativi ai "social ads" confermano appunto la teoria secondo cui il presupposto per far sì che l’utente interagisca con i messaggi pubblicitari sia che in quel momento sia più o meno esplicitamente alla ricerca di qualcosa, e quindi questi sono alcuni dei contesti in cui si ottengono i ritorni migliori:
Searching
Shopping
Traveling
Proprio qualche giorno fa Mauri, il mio compagno di scrivania, mi ha raccontato di aver trovato un interessante sito sul Canada se non ricordo male mentre navigava in Turisti per Caso cliccando su un annuncio pubblicitario.
Questo ci porta a fare qualche prima considerazione anche sugli esiti della ipotetica futura guerra traMicrosoft+Yahoo e Google: benchè gli strumenti di posta elettronica e di community dei primi due siano più forti non riusciranno a monetizzare gli stessi risultati in termini di advertising di Google Search. Questo ci fa inoltre capire perchè gli investimenti e gli sforzi maggiori da parte dei tre colossi siano incentrati soprattutto sul mobile e sulle maps: quando le persone accedono ai servizi mobile sono in movimento e quindi in unfamiliar places with the same old needs, stiamo quindi cercando sia una destinazione sia dei servizi che ci possano essere di supporto lungo il tragitto. Proprio per questo motivo Joshua conclude il suo post affermando che maps and mobile are the future of advertising.
Le osservazioni interessanti però continuano all’interno dei commenti:
Innanzitutto ci si interroga sull’efficacia dei messaggio all’interno dei blogs: che differenza c’è tra l’advertising su MySpace e quello nei blogs, ossia i risultati in termini di CTR non dovrebbero essere più bassi? La risposta è NO, e questo grazie alla visibilità che i blog hanno all’interno delle SERP, ossia delle pagine dei risultati di ricerca. A differenza dei social network infatti i blog vengono spesso visitati in quanto all’interno dei risultati di una ricerca ed essendo l’utente in quel momento nel cosiddetto "seach mode" è più propenso a continuare appunto questa ricerca cliccando sui messaggi presenti nei blog: User searches, user clicks through to blog, user clicks ad. Ed è proprio per questo motivo che un blog riesce a guadagnare quanto più è focalizzato su un argomento (vi consiglio a questo proposito il post di Tagliaerbe "Tematizzare: il primo comandamento SEO")
Altri utenti riflettono su usi migliori dei social network:
Better-Targeted Ads: benvenga la pubblicità nei social networks, ma solo se fortemente contestualizzata ed interessante per il target, anche perchè i social network offrono a volte un livello notevole di segmentazione dei consumatori. L’esempio fatto è quello di Dogster la community dedicata agli amanti dei cani, "a dream marketing opportunity for a company like… Pup-peroni, marca di cibo per cani, che è infatti uno degli sponsor del sito. Ho notato che una delle campagne di advertising visibile in questo momento è il lancio del doppio DVD Platinum Edition della Carica dei 101, più contestualizzato di così
Brand Building e Sponsorship: già all’interno del post Joshua aveva spiegato che la presenza di pubblicità all’interno dei social network non sia legata necessariamente al tentativo di portare gli utenti sul proprio sito, costringendoli quindi a lasciare il proprio "space", ma perhaps they are simply for brand-building purposes…you see the brand and it has a subconscious effect…you don’t change what you were doing but the brand is somehow strengthened in your mind from the ad impression. A questo proposito nei commenti si parla di opportunità di Sponsorship, come ad esempio nel caso appena visto di Dogster, perchè è vero che gli utenti continueranno a vivere la loro vita virtuale e a fare "networking" ma saranno riconoscenti al brand che permette loro di fare tutto questo, probabilmente memorizzandolo e diventandone consumatori. Onestamente non credo che sia così semplice ma potrebbe essere più efficace del semplice messaggio; ovviamente bisognerebbe in qualche modo misurare l’efficacia di un’azione di questo tipo in relazione anche all’investimento che è indubbiamente più elevato rispetto ad un messaggio pubblicitario.
Panel Research e Paid reviews: ci sono molte potenzialità in questo senso, ma anche in questo caso è necessario tenere bene a mente le caratteristiche intrinseche dello strumento che impongono trasparenza e rispetto.
Ultime due considerazioni prima di chiudere questo lunghissimo post:
Quando pensate a MySpace, a Facebook o agli altri social networks è importante ricordare la sfera personale in cui volete entrare: "Despite what advertisers think, my Facebook account is MY personal space… please don’t bug me on it.". Attenzione, la pubblicità in questi contesti non solo potrebbe non sortire nessun effetto, ma potrebbe essere addirittura controproducente.
Gli utenti abituali dei social networks li conoscono come le loro tasche, forse meglio, alcuni potrebbero navigare al loro interno anche ad occhi chiusi quindi possono tranquillamente sfuggire all’esposizione di messaggi pubblicitari. Esattamente come nella vita reale alcune persone have an amazing ability to filter out ambient noise in places they frequent and i believe this also plays a part in the lackluster results of ads.
Scusate se sono stata prolissa ma non volevo omettere nessun dettaglio degno, a mio avviso ovviamente, di rilievo e di essere esplicitato.
Voi cosa ne pensate? Queste considerazioni valgono anche per il mercato italiano?
Per quanto riguarda il Social Media Lab la prova tangibile della mia presenza è che so cos’è il CPM Binario
Quando Mafe ha aperto la giornata con il suo intervento chiedendo "chi sa cos’è il CPM?" "chi sa cos’è il codice Binario?" "chi si è chiesto il perchè di questo titolo?" io ho alzato la mano ma la verità è che non mi ero davvero posta questa domanda, forse sono andata sulla fiducia :-), e ho iniziato ad ascoltare con curiosità.
CPM è un’unità di misura utilizzata in advertising ed è l’acronimo di Cost per mille(o Cost per Thousand) visualizzazioni degli annunci (non è utilizzata solo online - inteso come display advertising ovviamente - , ma in radio, TV e altre forme di pubblicità) mentre il Il sistema numerico binarioè un sistema numerico posizionale in base 2, cioè che utilizza 2 simboli, tipicamente 0 e 1, invece dei 10 del sistema numerico decimale tradizionale, [...] è usato in informatica per la rappresentazione interna dei numeri, grazie alla semplicità di realizzare fisicamente un elemento con due stati anziché un numero superiore.
Mafe ha accostato un elemento tipico dell’advertising tradizionale con un altro appartenente all’Informatica in generale e quindi possiamo dire anche ad Internet. Perchè?
Per spiegare con quale parametro le aziende dovrebbero valutare il loro potenziale investimento in iniziative online volte a dialogare con i singoli utenti: usando il CPM Binario, ossia considerare il numero 1000 con il sistema numerico binario e rapportarlo all’equivalente nel sistema numerico decimale, ossia 8 (per saperne di più su questa conversione potete leggere la Breve guida sul calcolo dei numeri binari con le operazioni matematiche).
Quindi quando attivo una comunicazione mirata e personalizzata su 8 utenti internet devo considerare che questo dato potrebbe essere equiparato ad un target di 1000 spettatori di una campagna ad esempio televisiva e questo perchè se nel primo caso io arrivo a conoscere queste 8 individui a coinvolgerli davvero a farli vivere seriamente un’esperienza con il mio brand nel secondo la comunicazione è "sparata" ai mille con la speranza di averli colpiti e influenzati. Nel primo caso invece possiamo stare (quasi) certi che questi non terranno tutto per sè ma lo condivideranno, diventeranno non solo dei brand lovers ma dei veri e propri ambassadors, arrivando potenzialmente a raggiungere positivamente fino a 1000 utenti. Ovviamente questo processo di viralizzazione è più tangibile e soprattutto misurabile se avviene online, difficilmente possiamo sapere quanto la diffusione dello stesso è capillare offline.
Questo assunto così forte, e ovviamente provocatorio, è stata una premessa ideale alla presentazione delle start-up che è seguita all’intervento di Mafe, per le quali il passaparola è un requisito fondamentale per lo sviluppo e la crescita.
Tornando al CPM Binario, Mafe ha evidenziato un altro aspetto ostico per la comunicazione online ed è la misurazione: quello che in realtà è un punto di forza del web, ossia la possibilità di avere dati certi sul comportamento degli utenti, viene vissuto da molti con frustrazione soprattutto da parte di coloro che sono abituati a lavorare per stime (con le quali è più facile trovare delle adeguate giustificazioni ai propri risultati).
Purtroppo, anche se io personalmente direi per fortuna, l’evidenza e la brutalità dei numeri è un aspetto del web che bisogna in qualche modo accettare e soprattutto imparare a conoscere riparametrando le proprie unità di misura relative all’efficacia dei progetti di comunicazione.
Per quanto riguarda il resto della giornata vi invito a leggere altri post scritti sull’argomento:
e ovviamente il blog ufficiale del Social Media Lab dove è possibile trovare tutte le presentazioni delle start-up presenti al Minibar.
Per quanto mi riguarda ho già parlato sia di Zooppa che di Zzub (ai tempi Bzzers), due delle iniziative presentate durante la giornata, su One Web 2.0 quindi per il momento vi rimando lì :-).
Mi riprometto di saperne di più su BootB, per il momento ho la loro maglietta appesa nella bacheca del mio ufficio come promemoria!
Come potete vedere dall’immagine qui sotto i passanti possono trasformarsi in artisti usando la propria gomma da masticare… già masticata. Basta seguire le istruzioni del gioco paint by numbers e incollarla nel punto giusto per diventare dei nuovi Wahrol
Oltre ovviamente ad apprezzare l’idea creativa (ne parla anche ninjamarketing), la campagna mi ha fatto sorridere perchè mi ha riportato alla mente un’altra manifestazione diciamo sempre creativa ma nostrana e senza pensieri markettari dietro.
Questa è una foto che ho scattato ad Assisi in prossimità della Rocca Maggiore.
Chissà se dove hanno trovato l’ispirazione gli ideatori della campagna Hubba Bubba. A volte la creatività è dove non riesci a vederla o dove meno te l’aspetti!