Ieri ho partecipato all’evento di presentazione dell’applicazione Wired, US ovviamente, per iPad.
Il tema della serata "We(b) love Magazine" era la necessità e la capacità di Wired di tradurre un prodotto cartaceo, già di per sè innovativo nel design, in un prodotto digitale fruibile non solo su iPad ma in generale sui diversi tablet in commercio, sui telefoni cellulari e su tutti i PC (a differenza degli altri editori che si stanno concentrando esclusivamente sulla nuova creatura di casa Apple).
Dopo l’introduzione di Riccardo Luna relativa al primo anno di vita di Wired Italia la parola è passata a Scott Dadich e Jeremy Clark che hanno parlato del processo di trasformazione della rivista in App con una dimostrazione live delle caratteristiche del primo numero.
I due interlocutori hanno sottolineato la necessità di tenere in considerazione due aspetti nel momento in cui hanno dovuto affrontare questa sfida:
Design matters.
Details matters.
Design e Details, traducibile in maniera molto grossolana in Grafica e Contenuti, sono stati a mio avviso ben reinterpretati nell’applicazione considerando gli spazi di manovra e gli ovvi limiti con cui si sono dovuti confrontare.
Certo, si può fare molto, ma molto di più. Purtroppo non è stata prevista, o è dovuta saltare per motivi di tempo, la sessione di questions da parte del pubblico altrimenti avrei lanciato la mia mano in aria e avrei dovuto scegliere tra uno di questi temi per formulare la mia domanda:
Functions
Web Integration
Advertising
FUNCTIONS
Per quanto riguarda le funzionalità sarei curiosa di capire se nelle evoluzioni previste o ipotizzate verranno implementati tools di bookmark e tagging, non necessariamente "social" ma "personal", una sorta di traduzione digitale dell’orecchietta che si fa alle pagine delle riviste. Mi immagino la possibilità di creare una sorta di numero personalizzato di Wired da aggiornare continuamente con i contenuti preferiti delle diverse uscite.
Sempre in merito al primo tema mi sono chiesta se e come pensano di introdurre servizi di share dei contenuti. L’app è a pagamento quindi non mi riferisco alla condivisione dell’intero numero ma di parti dello stesso, in particolare quelli creati ad hoc per la versione digitalizzata. Se da una parte si offre un servizio all’utente, dall’altra è comunque un modo per promuovere e dare visibilità alle innovazioni introdotte dall’applicazione rispetto alla versione cartacea e far crescere il desiderio di mettere le mani o meglio le dita sulla rivista formato app.
A questo proposito ho notato oggi alcuni commenti all’applicazione su iTunes tra cui questo
Digitally crippled! A mere PDF with videos No sharing! No bookmarking! No previous button! No copy/paste! No special layout for touch screens! No pinching or zooming!
segno del fatto che probabilmente molti altri si stanno chiedendo se "è tutto qui" o se le future evoluzioni dell’app comprenderanno funzionalità aggiuntive e non solo "design" e "details".
WEB INTEGRATION
Durante la demo non ho visto nessun tipo di rimando al sito di Wired. Dato per assunto che i due prodotti hanno una vita editoriale propria non escluderei la possibilità di creare un ponte tra i due all’interno dell’applicazione colmando tra l’altro l’assenza di alcune funzionalità come quelle descritte sopra e quindi un possibile percepito lacunoso nei confronti dell’app.
La notizia interessante comunicata ieri da Riccardo Luna è che in autunno uscirà una nuova versione del sito, e più precisamente la deadline è l’8 ottobre, giorno della consegna del Nobel per la pace a cui è candidato anche Internet.
ADVERTISING
Come stanno ripensando le creatività stampa nel passaggio da carta a app?
Probabilmente questa sarebbe stata la domanda che avrei scelto ieri perchè credo quella di maggior interesse non solo per me ma per il pubblico presente (l’evento era principalmente rivolto alla media community da quello che mi è parso di capire).
Personalmente ho tantissima aspettativa nei confronti di questo tema ed in particolare nei confronti di Condé Nast, che sta puntando molto sulla sua anima creativa, e di Wired che si è distinta per approcci innovativi nell’uso della rivista come strumento di comunicazione pubblicitaria (in particolare mi viene in mente l’advertising "tematico" presente nel numero dedicato allo sbarco sulla Luna ).
In conclusione posso dire di non aver provato personalmente l’applicazione quindi evito toni entusiastici o critici e li rimando al post-test! Se c’è qualcuno che l’ha provata mi farebbe piacere sapere quali sono state le sensazioni, le impressioni e le riflessioni sul futuro di questo prodotto. Nel frattempo aspetteremo l’uscita della versione italiana prevista per dopo l’estate.
Per l’occasione ho preparato una presentazione in cui ho descritto brevemente il contenuto dell’ebook e come è nato per poi soffermarmi su come ho cercato di renderlo visibile online attraverso l’utilizzo dei miei spazi social.
L’evento ha rappresentato anche il momento ideale per "ufficializzare" il mio editore: ovviamente Simplicissimus Book Farm che è stato anche sponsor della GGD.
Il mio intervento si è chiuso con un video in cui racconto alcune tecniche di promozione 1.0 di un ebook. In realtà il video è molto meno serio di quanto il titolo possa far pensare, ve ne accorgerete guardandolo.
I materiali a cui faccio riferimento nel video sono scaricabili qui:
Ovviamente se qualche pazzo come me volesse provare ad utilizzarli mandatemi qualche prova fotografica o un video della pazzia che ci facciamo due risate.
Eccone due
Un doveroso ringraziamento va ad Antonio Tombolini e Marco Croella di SBF, alle ragazze del team della GGD di Bologna per avermi invitato, ad Anna per aver reso possibile questa trasferta (ero stampellata e avevo bisogno di assistenza ), a Maurizio per il brainstorming 1.0 e a Laura per i disegni.
Un mese fa circa, Christian, mio caro amico conosciuto a Londra, mi dice di avere avuto un’idea insieme ad altre persone in merito a come portare la voce collettiva della rete alla Copenhagen Climate Conference (7-18 dicembre 2009) e "metterla nelle mani" dei delegates.
L’idea in sè è semplice e quindi potenzialmente efficace, la sua diffusione, come spesso succede, difficile e un tantino ambiziosa, a tal punto da farmi pensare che avrebbero presto abbandonato il progetto.
L’idea è questa: usare Twitter per rispondere ad una domanda?
What’s worth saving in #thisplace?
tradotto in italiano sarebbe: Cosa vale la pena salvare su questo pianeta?
Tutto qui. O meglio questo è quello che gli utenti devono fare. Scrivere un twit, possibilmente in inglese, con la risposta a questa domanda e ricordarsi d inserire l’hashtag #thisplace.
Quello che faranno Christian, David e Becky sarà stampare i twit e pubblicarli in un libro che metteranno nelle mani dei delegates a Copenhagen.
“Climate change is such a big and complex issue we wondered if there was a way to somehow squeeze it all into something small and simple that could make a difference at Copenhagen.” [Christian]
“To lots of people Climate change seems like a remote issue ‐ we wanted to capture personal stories of the impact it’s having on peoples lives today or in the near future.” [David]
Per partecipare all’iniziativa e restare aggiornati sulla sua evoluzione i ragazzi hanno creato www.thisplace09.com dove è possibile vedere l’aggiornamento del Twitter Feed con gli ultimi twit pubblicati, iscriversi all’account di Twitter, leggere il blog e diventare fan della pagina su Facebook.
Ovviamente i numeri in questo momento sono molto molto bassi, conoscendo uno degli ideatori del progetto sono una delle prime persone a parlarne, ma da qualche parte bisogna pur iniziare.
Non so se riusciranno nel loro intento ma io faccio un grosso in bocca al lupo.
Quanto ha contato per la tua esperienza professionale il tuo blog?
Torniamo a scuola e fingi di trovarti di fronte alla maestra che ti chiede di riassumere il tuo e-book
Grazie Flavia, non è stato facile rispondere, è sempre complesso parlare del mio lavoro e nelle domande spero di aver espresso con chiarezza il mio punto di vista sia su cosa vuol dire per me essere digital strategist sia sull’importanza di essere blogger anche sul piano professionale.
Oltre all’intervista su TPBlog volevo cogliere l’occasione di questo post per rispondere a coloro che mi stanno chiedendo o che magari nei prossimi giorni mi chiederanno "Ma sei tu quella che balla su l’Espresso di questa settimana?".
Sì sono io e sì è stata un sorpresa anche per me.
Non voglio dilungarmi ulteriormente su cosa penso di questo scatto o meglio della pubblicazione di questa foto nell’articolo di Alessandro Gilioli relativo alla Blogfest a Riva del Garda.
Il tema è già stato sufficientemente sviscerato in questa discussione su Friendfeed quindi mi limito ad embeddarla.
AGGIORNAMENTO DEL 20 OTTOBRE 2009
Successivamente alla pubblicazione di questo post ho scritto al Direttore de L’Espresso Daniela Hamaui per segnalarle la discussione e chiederle gentilmente di garantirmi che lo scatto in questione non sarebbe rientrato tra le immagini di repertorio, in sostanza volevo assicurarmi che non venisse più utilizzata. Mi ha risposto il photo editor chiedendomi di inoltrare la richiesta direttamente al fotografo Frazzetta. Andrea è stato davvero molto gentile e professionale e oltre a scusarsi mi ha spiegato le ragioni dell’utilizzo della foto. Mi fa quindi molto piacere pubblicare la sua email e ringraziarlo.
Cara Francesca, Sono Andrea, fotografo, autore del servizio sul Blogfest per l’Espresso.
Innanzitutto, doverosamente, e davvero con molta sincerità: scusa. Non era proprio mia intenzione metterti in imbarazzo con questa immagine, e in sostanza, senza dilungarmi troppo, hai ragione su tutta la linea.
In secondo luogo ti garantisco che la foto non verrà mai più usata, non sarà archiviata nè da me nè dall’Espresso e provvederò oggi stesso ad eliminare il file (è uno scatto digitale) dall’Hard Disk.
Detto questo mi piacerebbe spiegarti come sono andate le cose, soprattutto per chiarire che non c’è stata da parte mia nessuna cattiva intenzione.
Sono stato incaricato dall’Espresso di seguire l’evento del Blogfest, nei giorni di sabato e domenica, insieme ad Alessandro Giglioli. Ti confesso che sin dall’inizio mi sono trovato un po’ difficoltà, l’evento in sé, interessantissimo nei contenuti, era davvero difficile da trasporre fotograficamente… Parlando e consultandomi un po’ con Alessandro, Gianluca Neri, e facendo amicizia poi con un po’ di ragazzi al blogfest, ho deciso di cercare di riportare, fotograficamente, l’attenzione sull’elemento più “umano”… sui blogger, sui ritratti, e sul clima di festa e confronto che erano nello spirito di questo evento. Quanto alle foto della festa sinceramente non pensavo neanch’io sarebbero state usate… ma credo di capire il senso della scelta.
Per noi “profani” la figura del blogger è un qualcosa di molto vicino a una sorta di “nerd”, un’appassionato “internettofilo” richino sulla sua tastiera e chiuso in casa davanti al monitor. Ora queste immagini della festa, molto vitali, credo siano piaciute alla redazione proprio perché un po’ spiazzanti rispetto all’argomento… Per la serie: ehi i blogger sono socievoli non solo on-line, e sono pure belli… Ecco io ho inserito queste foto un po’ per questo motivo…
Detto questo è stato un mio errore non averti chiesto il consenso preciso. È una cosa che non faccio mai, ti prego di credermi, ho un grandissimo rispetto per tutte le persone che fotografo, la mia mancanza è stata un po’ accidentale ed è stata una leggerezza… Come ti dicevo non immaginavo che le foto della festa alla fine sarebbero state usate, (fra l’altro sono passato alla festa anch’io un po’ per caso e fuori programma…).
Mi son reso conto che le immagini sarebbero state tutto sommato interessanti da inserire nel servizio solo il mattino dopo, domenica… e proprio domenica mattina ho cercato di trovarti “nel tendone” e nei paraggi… ma non ti ho più visto… ho incontrato invece Lawrence e Guido anche loro “protagonisti” di una foto di ballo che non è stata poi scelta, e a Guido ho chiesto il permesso per poter fare anche un altro ritratto (quello con gli occhiali finti, pubblicato poi vicino alla tua immagine…)
Insomma non ti ho incrociato più e poi ho lasciato correre un po’ così, non pensando che la foto sarebbe stata pubblicata e confidando eventualmente nella tua comprensione e nella chiarezza delle buone intenzioni di questo articolo.
Insomma, lo ribadisco, ho sbagliato a non dirtelo (e anche non cercare di contattarti dopo) e sono sinceramente dispiaciuto… E ti ribadisco anche tutta la mia buona fede… ho dovuto “allargare” il servizio con queste immagini proprio per riuscire a far “reggere” fotograficamente il reportage che rischiava altrimenti di saltare o di diventare molto più stringato… insomma di fronte a questa possibilità ho deciso piuttosto di rischiare.
Ti chiedo ancora scusa. Quanto all’immagine nello specifico il mio poco obiettivo parere di autore e che sia una bella foto… e spero che in qualche modo questo abbia limitato un po’ i danni, ovvero il fastidio che ti ha inevitabilmente provocato… il mio era un tentativo di rendere omaggio al “mood” dell’evento e all’allegria del momento (in fondo era una festa, lo dice anche il nome no? blogfest, no blog-symposium, o blog-award-ceremony…) non volevo davvero strumentalizzare la tua bellezza.
Spero in qualche modo di aver recuperato un po’ e ti ringrazio davvero per aver reagito in maniera così intelligente e comunque gentile a uno sgarbo innegabile che ho fatto nei tuoi confronti… Ti lascio per qualsiasi ulteriore informazione e chiarimento il mio numero di telefono [...]
Ho letto poi la discussione generatasi su FriendFeed (fra l’atro davvero molto interessante e “istruttiva” per me e per chi fa il mio lavoro…), ho deciso di risponderti privatamente perché mi sembrava doveroso e più opportuno.
Gradirei comunque farti delle scuse pubbliche anche per chiarire la mia posizione rispetto agli altri partecipanti, se lo ritieni quindi pubblica pure questa mail, o fammi sapere e nel caso sarò contento di lasciare un mio piccolo post.
Proprio come un anno fa mi ritrovo a scrivere un post in treno durante il viaggio di ritorno da Cannes. Gli ho dato lo stesso titolo, cambiando solo l’anno, perchè se confronto questa esperienza con quella dell’anno scorso noto che molte cose non sono cambiate.
Proprio come un anno fa ho conosciuto persone a cui mi sono affezionata in pochissimi giorni e con cui ho condiviso pensieri e riflessioni ma soprattutto tante emozioni. Non me lo so spiegare ma a Cannes tutto si amplifica: i tempi, le sensazioni, le relazioni, si dilatano e si intensificano in modo quasi innaturale, o almeno questo è quello che provo io.
(eh sì, si trova anche il tempo per fare un pisolino)
Proprio come un anno fa ritorno a casa con la testa che mi scoppia per i mille pensieri che si accalcano l’uno sull’altro cercando di farsi posto e con la voglia di fare, di cambiare, di trasformare e di realizzare mille propositi diversi senza sapere bene da dove cominciare.
Proprio come un anno fa mi ci vorrà qualche giorno per riprendermi completamente dai ritmi di questa settimana, dove la voglia di non perdere nessun aspetto di questo evento, dai seminari ai party serali, ti porta
a dormire 4-5 ore per notte perché è davanti ad una birra (facciamo anche due, ok tre) che spesso scopri il lato umano dei leoni di Cannes;
a portare avanti e indietro un borsone con portatile, telefoni, fotocamere (e relativi caricabatterie), moleskine, moo cards per non correre il rischio di non riuscire ad appuntare e immortalare dettagli importanti;
a “metterti giù da gara” tutte le sere perchè su la Croisette ci sono tante di quelle belle ragazze che tu non vuoi assolutamente sentirti da meno.
Qualche differenza rispetto all’anno scorso c’è.
Come ho ripetuto a tutti quelli che mi chiedevano come mai fossi lì, quest’anno non ho partecipato a nessuna competition e quindi non sono tornata a casa come vincitrice ma solo come spettatrice di tante vittorie, e un po’ di invidia lo ammetto c’è stata. Ma è una sensazione positiva.
Non mi hanno rubato la fotocamera, anzi le fotocamere (compatta e reflex) e quindi ho diversi giga di foto, soprattutto delle creatività esposte e delle presentazioni dei relatori durante i convegni che mi serviranno per parlarvi di cosa è emerso di interessante dagli incontri a cui ho partecipato. Quelle scattate invece alle persone che ho incontrato e ad alcuni momenti e situazioni vissute a Cannes ho già iniziato a caricarle su Flickr e su Facebook.
Quest’anno sono andata “collaudata” e credo di aver vissuto questa settimana nel migliore dei modi con la voglia di incanalare quanta più esperienza possibile. Avrei voluto condividerla di più con coloro che non sono riusciti a venire postando di più nel tumblr dedicato ai Cannes Lions 2009 che ho aperto prima di partire, purtroppo il wifi era quasi tutto a pagamento e quindi non è stato così semplice ma cercherò di rimediare nei prossimi giorni.
Cos’altro aggiungere? Come ho scritto su Friendfeed quando sono ai Cannes Lions mi sento piccola piccola, ed è una sensazione piacevolissima perché quando torni hai voglia di vivere una vita alla grande.
Sono stata invitata come relatrice nella sessione La Comunicazione di prodotto e il Web 2.0.
Un’esperienza molto bella sia per la città che ho visitato per la prima volta sia per la sessione che vedeva oltre a me, Marco e Stefano anche Pepe Moder di Barilla e Frangino Lucarini di H-Art. La scelta dei relatori mi è sembrata molto ben riuscita essendo presenti rappresentanti dei principali attori della comunicazione: clienti, agenzie e media.
Il mio ruolo è stato quello di chiarire come il web 2.0 dovrebbe essere considerato come uno degli ambienti in cui le aziende si possono muovere online senza tuttavia trascurare gli altri, ossia i propri spazi come il sito corporate e i siti di prodotto, e quelli che è possibile "acquistare" come le campagne di display advertising e le partnership media.
Ho quindi sostenuto l’importanza di una visione d’insieme quando ci si relazione con internet (linko a questo proposito il secondo dei tre trend sulla comunicazione "secondo me") e la convinzione che non sia possibile innovare senza conoscere la realtà in cui si è presenti perchè si corre il rischio di "creare" qualcosa che esiste già o qualcosa di totalmente inutile.
Ho caricato la presentazione su Slideshare anche se molte considerazioni non sono presenti perchè le ho dette a voce. Ovviamente sono come sempre disponibile ad approfondire l’argomento
L’anno scorso, più precisamente a settembre, vi avevo parlato della mia intenzione di stampare delle moo cards con le mie adorate Foto Faccioni.
Chi mi conosce e/o mi segue nei diversi social media sa che quella intenzione è diventata azione e che tanti faccioni sono diventati soggetto delle mie prime Moo Cards.
Molti di voi sono in questo momento dentro a portafogli, portabiglietti da visita, tasche dei pantaloni, taschini di giacche, sacchi della spazzatura, etc di persone provenienti da diverse parti del mondo.
Le mini moo cards sono state un successo, tutti erano piacevolmente sorpresi quando tiravo fuori la mia scatoletta bianca (il contenitore dentro al quale vengono spedite le cards) e chiedevo di scegliere quella che preferivano.
Gli elementi maggiormente apprezzati sono stati:
il formato: le dimensioni sono diverse da quelle dei classici biglietti da visita professionali
la varietà: le moo cards sono diverse l’una dall’altra quindi è possibile scegliere la preferita
il tono informale: le informazioni presenti sono nickname (LaFra), nome e cognome (Francesca Casadei) per essere rintracciabile su Facebook, url del blog (www.lafra.it) e frase personalizzata (a digital strategist in the shoes of a blond)
la componente fotografica: le foto faccioni
Se le prime tre componenti sono solitamente comuni a tutte le mini moo cards, l’ultima rappresenta il mio “trademark”, e ne vado fiera . Oltre ad essere considerate alla loro maniera originali, le moo cards con le foto faccioni hanno anche una loro utilità: mi piacerebbe pensare che tutti quelli che incontro si ricorderanno di me dopo avermi conosciuta ma credo che dare una card con una mia foto sia d’aiuto alla memoria, soprattutto in occasione di eventi / barcamp / convegni dove vengono scambiati decine di biglietti da visita.
E qui, ad un certo punto, è subentrato il mio senso di colpa: le persone guardando la moo card si ricorderanno di me, ma quel poveretto che mi è accanto? Spesso mi dilungo a spiegare chi è, conoscendo tutti i soggetti in maniera più o meno approfondita ma dubito che a distanza il possessore della moo card riuscirà a ricordarsi ciò che ho raccontato (scusate la parentesi cinematografica ma questo lato della socialità mi ha fatto venire in mente Britney Jones quando si ricorda la regola "presentare la gente con particolari interessanti")
Allora ho deciso di trasformare le mini moo cards in uno strumento di networking e di creare le SOCIAL MOO CARDS:
ho rinominato tutte le foto faccioni in modo che avessero tutte questo titolo: Foto Faccioni: [nome] e LaFra dove [nome] può essere il nickname o il nome+cognome della persona ritratta, l’importante è che cercando su google quel [nome] sia possibile rintracciarlo
ho taggato tutte le foto faccioni con il tag “faccioni”
ho ristampato le moo cards selezionando tutte le foto con “tag” faccioni e sostituendo la descrizione personalizzata con il titolo della foto (una delle modalità automatiche messe a disposizione).
Quando incontro qualcuno e voglio lasciargli una moo card non gliela faccio più scegliere ma la seleziono io a seconda delle sue caratteristiche e della persona che oltre a me potrebbe essere interessato a conoscere.
La moo card servirà quindi per presentare me, ma anche la persona che è insieme a me: se volesse conoscere un esperto di videogames potrei scegliere la card con Kurai, se mi chiedessero un bravo videomaker darei la card con Biccio, e così via.
Ho fatto questo giochino sociale con Sara Maternini che, ovviamente, conosceva praticamente tutti i miei contatti: le ho dato la moo card con Markingegno perchè mi ha detto di non averlo mai conosciuto personalmente.
Un’idea altruista? No un’idea social e in quanto tale altruista ed egoista insieme, perchè dare agli altri ci mette nelle condizioni di ricevere più facilmente in termini di conoscenze, di contatti, etc.
Le social moo cards, ad esempio, oltre a dare visibilità alla persona foto faccionata, comunicano alcuni aspetti di me che potrebbero essere importanti per il mio interlocutore:
sono una persona socievole
mi piace conoscere gente nuova
ho già un network di conoscenze
conosco le persone del mio network (network qualificato, non composto da nomi e job title senza una vera identità)
Piccola parentesi gossipara: nei prossimi giorni mi impegnerò al fine di aggiungere un ulteriore punto a questo elenco, conoscere VIP! Domani sarò infatti al super party esclusivo di Virgin Active grazie all’invito di Zio Burp e dopodomani alla festa di Nokia Music e in entrambi sono previsti celebrities di ogni genere. Lascerò che il talento di Julia Allison si impadronisca di me e tenterò, grazie all’aiuto degli altri amichetti invitati, di scattare foto faccioni con i VIP (ora non vorrei dire, ma ve la immaginate la faccia della mia nonna se faccio una foto faccioni con Marco Columbro? ).
Scherzi e VIP a parte e tornando "seri", cosa ne pensate dell’idea delle social moo cards? Potrebbe essere declinabile anche su biglietti da visita ordinari?
Secondo me potrebbe essere una buona idea per i siti di social network professionali come Linkedin e Xing dare la possibilità agli utenti di stampare dei biglietti da visita con i contatti del proprio network, magari in partnership con Moo.
Stamattina ho visto la diretta in streaming della "Colazione da Wired", l’evento organizzato dal futuro direttore di Wired Italia Riccardo Luna per incontrare noti rappresentati della blogosfera e raccogliere impressioni, suggerimenti, consigli sul futuro lancio di Wired in Italia.
Non so a quanti sia stato mandato l’invito ma era arrivato anche a me e per ovvi motivi logistici ho dovuto declinare altrimenti avrei partecipato. Mi sarebbe piaciuto condividere le mie riflessioni sulle opportunita’ editoriali di questa nuova rivista con gli altri presenti e non potendo esserci lo faro’ ovviamente qui
Le mie considerazioni iniziali sono:
Wired e’ un mensile quindi non puo’ creare il suo vantaggio competitivo rispetto alle altre proposte editoriali puntando sulla "freschezza" delle notizie (fanno fatica i quotidiani figuriamoci i mensili). Le attese e le aspettative maggiori nei suoi confronti sono relative ala modalita’ con cui le stesse verranno concettualizzate e approfondite.
Wired Italia non puo’ diventare la copia di Wired USA: gli stessi blogger oggi hanno chiarito che sperano che il primo non cannibalizzi il secondo e il direttore ha precisato che non succedera’, sara’ possibile trovare entrambe.
Wired deve posizionarsi in maniera diversa rispetto alle altre proposte editoriali che potrebbero essere percepite come concorrenti: rispetto a Nova, piu’ volte menzionato durante la Colazione (dovuto ovviamente anche alla presenza del direttore Luca De Biase), da Jack, accostamento che tutti temono perche’ svalorizzerebbe il ruolo di Wired nel panorama informativo tecnologico, e da altri prodotti in qualche maniera accostabili a Wired relativamente ai temi trattati. Dovrebbe svilupparsi in maniera sinergica e non antitetica a quanto gia’ esiste.
Wired potra’ avere, o almeno ci si aspetta avra’, una versione online che a mio avviso non dovrebbe replicare i contenuti della rivista se si vuole venderne un numero di copie sufficiente al sostentamento economico (mi riferisco ovviamente anche alla vendita degli spazi pubblicitari). Oggi durante la colazione ho sentito parlare della rivista come di un "feticcio" perche’ ha ovviamente qualcosa che l’online non puo’ replicare, ma non so quanti possano condividere questa visione a parita’ di contenuti.
Wired difficilmente puo’ posizionarsi come aggregatore perche’ una buona parte dei suo potenziali lettori utilizza gia’ strumenti di aggregazione delle informazioni (e qui ritorno sempre al discorso del filtro informativo di cui parlavo in un precedente post)
Per quanto riguarda questo ultimo punto faccio riferimento ad uno degli eventuali target di Wired. Provo a fare chiarezza, a mio avviso i possibili pubblici potrebbero essere:
Appassionati di tecnologia (di cui fa parte una bella fetta di blogosfera, in senso lato ovviamente)
Opinion Leader (di cui fa parte un’altra porzione di blogosfera, in alcuni casi sovrapponibile alla precedente)
Manager Aziendali
Enti pubblici e privati
I primi rientrano appunto nel discorso che ho fatto prima in merito alla difficolta’ da parte di Wired di posizionarsi come un aggregatore dell’informazione rilevante: questo pubblico ha gia’ sviluppato una sua modalita’ di aggregazione, in piu’ non ha molta affinita’ con la carta stampata come hanno raccontato alcuni durante l’incontro, e quindi ha bisogno di un vero valore aggiunto per comprare la rivista (e soprattutto per leggerla).
Gli opinion leader, fatta eccezione qualche caso, tengono fortemente in considerazione i big brands editoriali, soprattutto in formato cartaceo, perche’ sanno che l’opinione acquista appunto leadership quando sconfina il bit e e arriva sui mezzi classici.In questo senso Wired dovra’ vedersela con i grandi quotidiani, versione cartacea e online, e con lo stesso Wired americano: dovra’ essere in grado di costruirsi una reputazione, di acquisire credibilita’ nei confronti di questo pubblico.
I terzi e i quarti preferiscono un’informazione snack piuttosto che lunghi articoli ridondanti.
Che cosa accomuna questi pubblici? Di cosa hanno bisogno? Che cosa manca? A mio avviso manca uno strumento che li metta nelle condizioni di capire cosa stanno leggendo, di andare oltre alla notizia, di invididuare dei trend. Come gia’ accennato nel precedente post, piu’ che di un filtro informativo hanno bisogno di una chiave di lettura dell’informazione e di identificazione delle possibili implicazioni per il panorama italiano (e secondo una logica ad imbuto per il loro business).
Durante la Colazione e’ stato precisato il fatto che Wired Italia deve connotarsi di italianita’, raccontando storie e vicende legate a persone, aziende, attivita’ italiane, ma a mio avviso anche individuando le conseguenze e l’impatto per l’Italia di cio’ che avviene oltreoceano, oltremanica, insomma oltre i nostri confini.
Non e’ una novita’ se dico che in Italia spesso l’innovazione arriva "dopo", a volte semplicemente c’e’ ma non e’ visibile, manca una traduzione della stessa per un pubblico piu’ ampio rispetto agli addetti ai lavori.
Ecco questa e’ l’attivita’ di "traduzione" che auspico per Wired Italia.
Due weekend fa (eh si il tempismo non e’ il mio forte) ho lasciato la gelida (e a volte perfida) albione per tornare in patria, ed in particolare per partecipare all’Internet Tour come ospite.
Marco mi ha invitato per parlare ai “giovani” della mia esperienza da blogger e io ho accettato molto volentieri… c’era solo una cosa che temevo: il palcoscenico! Fatemi ballare, fatemi recitare, fatemi anche cantare (che showgirl) ma l’improvvisazione munita di microfono non e’ il mio forte, mi impegno ma non garantisco risultati ahah. E infatti, di fronte alle domande di Stefano Gallarini, le mie risposte sono state abbastanza tentennanti e dalla costruzione sintattica incerta, ma cercando di essere ottimista mi dico che forse e’ stato un bene avere qualcuno sul palco che non si trovava completamente a suo agio in quella situazione, perlomeno era chiaro che non e’ una cosa che faccio tutti i giorni. Magra consolazione lo so.
“Mi rifarò nel pomeriggio con i workshop” mi sono detta. Una location a me più congeniale: il foyer del teatro, con puff colorati, uno schermo, una lavagna con fogli su cui scrivere, e un tema di cui potrei parlare per ore con ogni genere di pubblico “Ascoltare le conversazioni online”. Peccato che i workshop siano saltati perchè al Teatro dell’Arte l’affluenza e’ stata credo più bassa del previsto e inevitabilmente il pubblico si e’ concentrato in Sala.
E quindi, esperienza negativa? Affatto. Personalmente ho trascorso una giornata bellissima, ho rivisto vecchi amici (soprattutto amichette), ho visto in carne e ossa amicizie fino al quel momento “virtuali”, ho conosciuto persone nuove, alcune Very Important. Il mio tag “faccioni” su Flickr si e’ arricchito di foto nuove, alcune mooolto prestigiose (vi lascio scegliere quali):
Ho fatto anche un “video faccione”, chiamato così non per la modalità di ripresa ma perchè il mio faccione effettivamente riempie tutto lo schermo!
Sì ma Codice Internet? Ho letto tanti post con tanti commenti negativi e devo dire che condivido alcuni dei limiti segnalati come la scarsa visibilità data all’evento sui media tradizionali, speaker adatti per un pubblico di “addetti ai lavori” e non per la massa, l’organizzazione degli incontri in settimana quando la maggior parte delle persone lavora o studia.
Altre critiche invece non le condivido pienamente perchè secondo me per ognuna di esse si può vedere il rovescio della medaglia. Ricorrere a personaggi come Daniele Bossari e la tanto amata / odiata Selvaggia Lucarelli la cui conoscenza del mezzo si sostiene sia alquanto grossolana (a dirla tutta a me l’intervista di Selvaggia e’ piaciuta, chiara e senza fronzoli) e’ deleterio per la diffusione di una cultura digitale di qualità? E io mi chiedo: quanti “non internet users” conoscono David Weinberger e quanti Albertino?
Invitare Weinberger e’ inutile perchè i “non internet users” non hanno la piu’ pallida idea di chi sia e non capirebbero le sue teorie? E io mi chiedo: quante volte si parla del fatto che le scuole dovrebbero rivedere i programmi scolastici per inserire teorie e modelli di riferimento più in linea con il ventunesimo secolo? In sala erano presenti molti studenti e immagino che qualche domanda sul perchè questo simpatico vecchietto creasse agitazione anche nei due presentatori se la saranno fatta. Forse no. Chissà.
E ancora “c’erano sempre i soliti noti”: e dite poco? Credo che coinvolgere i fantomatici “soliti noti” stia diventando un’impresa a dir poco ardua, se consideriamo il numero di eventi e impegni a cui sono invitati a partecipare; dar loro contenuto di cui parlare nei diversi social media lo è ancora di piu’. Io non ci vedo niente di male ad invitare i soliti noti, anzi, penso che la loro presenza sia indispensabile. Codice Internet e’ un progetto di sensibilizzazione e credo che i primi a dover essere sensibilizzati sono proprio i soliti noti, in cui mi ci metto dentro anch’io.
Ho letto in un post, o in un commento ad un post, ora purtroppo non mi ricordo quale e mi scuso in anticipo, che il modo per portare internet nelle case degli italiani e’ andarci di persona (se non sbaglio la proposta era di mandarci Montemagno ). Sono d’accordo. Mia madre ha imparato ad “usare” Flickr il weekend scorso perchè eravamo una vicina all’altra davanti al computer. Nel contesto del mio lavoro faccio corsi di formazione per spiegare ai miei “colleghi dell’offline” come usare strumenti come i feed reader e i siti di social bookmarking per migliorare il proprio lavoro e se non possono venire al corso cerco di ritagliarmi un momento per spiegarlo di nuovo. Se non facessi questi corsi in pochi credo che li proverebbero ma non per mancanza di volontà, semplicemente perchè non ne conoscono l’utilità, nessuno prima gliel’aveva spiegata.
Quante persone sono in grado di spiegare cosa sono i feed senza vedere dei grandi punti interrogativi dipinti sulle facce dei relativi interlocutori? Io riscontro sempre difficoltà ma a forza di provarci sto affinando la tecnica, e mal che vada ci sono sempre i video di Commoncraft eheh.
Ok proviamo ad arrivare a delle conclusioni. Codice Internet sta riscontrando i primi problemi e sta manifestando i primi limiti. I problemi si possono risolvere e i limiti possono essere superati se c’è la volontà per farlo. Da quello che ho potuto vedere di volontà ce n’è parecchia. Mi piacerebbe leggere più post volti a rendere questa volontà produttiva piuttosto che a distruggerla (non dura per sempre), e da parte di codice internet la giusta predisposizione ad accettare le critiche (fin dove possibile ovviamente), a tirarne fuori degli insegnamenti per continuare a crescere (perchè ci puo’ essere una crescita, anche se meno repentina di quanto ci si poteva aspettare) e a pensare che il silenzio sarebbe un commento decisamente peggiore.
Ultimamente mi e’ capitato di leggere su Twitter e su Friendfeed messaggi di lamentela nei confronti delle dinamiche di Facebook, relative sia al numero di richieste di amicizia ricevute ogni giorno (di cui purtroppo mi lamento anch’io), sia alle persone che inviano queste richieste.
Un grande classico in questo senso sono proprio le richieste dei compagni di scuola, dai piu’ recenti come i compagni di universita’ fino a quelli che credevamo sepolti nel dimenticatoio come gli amichetti delle medie e addirittura delle elementari.
A me diverte un sacco ritrovarli, vedere cosa sono diventati, che lavoro fanno, se sono sposati, se hanno dei figli, e soprattutto mi piace quel meccanismo mentale che si scatena ogni qualvolta leggo nella mia casella di posta uno dei nomi di quei registri tanto temuti, ossia lo scatenarsi di un insieme di ricordi legati a quel periodo remoto della propria vita.
Ho aggiunto un compagno che faceva delle facce buffissime e mi distraeva durante le lezioni di matematica, ne ho aggiunto un altro che era un vero teppista ma che comunque mi ritrovavo a difendere sempre perche’ uno dei miei migliori amici; ho aggiunto la mia "amica del cuore" delle elementari e ho scoperto che abbiamo un’amicizia in comune: una mia compagna di universita.
Perche’ vi sto annoiando con questi discorsi? Innanzitutto perchè mi piace cogliere quelle occasioni che mi consentono di dimostrare che Internet da solo non distrugge niente, non sgretola la socialità, piuttosto crea delle opportunità, ovviamente solo per coloro che le desiderano e che hanno voglia di cavalcarle. In secondo luogo, anche se in realtà è il vero motivo per cui sto scrivendo questo post, è proprio per cogliere una di queste opportunità: parlarvi del progetto Obiettivo Scuola di Terre des Hommes in qualità di blogger testimonial.
Milioni di bambini vivono e lavorano in strada. Milioni di bambini a cui sono negate l’infanzia e la speranza in un futuro migliore. Ogni bambino ha diritto all’istruzione. Per milioni di bambini la scuola è un sogno, aiutaci a realizzarlo.
Quando si è piccoli la scuola è un incubo, quando si è grandi è un bel ricordo… per noi. Per altri è appunto un sogno e TDH cerca di avverarlo. Come? Proponendoti di rivivere quel ricordo, il ricordo dei banchi di scuola: trova una foto di quando eri uno scolaretto, inseriscila sul tuo blog o su Flickr (ma anche su Facebook, su Messenger, etc), linkala alla pagina dell’iniziativa e taggala così: bloggerpresente.
E non finisce qui. Vi piace la mia foto da blogger testimonial?
Foto di: Alessandro Romiti:
Via A.Vannucci, 5 20135 Milano
Studio +39 02/58307806 Mobile +39 338/6559837
Beh sappiate che potrete averne una anche voi: presto verrà organizzato un aperitivo-evento dove potrete farvi scattare anche voi una foto sul banco di scuola.
Vi piace proprio QUESTA foto? Beh in quella occasione potrete vederla in versione gigantografia (formato 100 x 70) e potrete addirittura portavela a casa. Il mio ritratto è quello degli altri blogger testimonial saranno infatti in vendita a offerta libera e tutto il ricavato sarà devoluto a TDH.
Se non riuscirete ad aggiudicarvi uno dei ritratti potrete (anzi potete!) dare ugualmente il vostro contributo economico donando online.
E ora allontanatevi dal pc, lasciate questo mondo 2.0 per vivere un po’ di ricordi nella modalità più 1.0 che ci sia: le vecchie fotografie