Ieri ho partecipato all’evento di presentazione dell’applicazione Wired, US ovviamente, per iPad.
Il tema della serata "We(b) love Magazine" era la necessità e la capacità di Wired di tradurre un prodotto cartaceo, già di per sè innovativo nel design, in un prodotto digitale fruibile non solo su iPad ma in generale sui diversi tablet in commercio, sui telefoni cellulari e su tutti i PC (a differenza degli altri editori che si stanno concentrando esclusivamente sulla nuova creatura di casa Apple).
Dopo l’introduzione di Riccardo Luna relativa al primo anno di vita di Wired Italia la parola è passata a Scott Dadich e Jeremy Clark che hanno parlato del processo di trasformazione della rivista in App con una dimostrazione live delle caratteristiche del primo numero.
I due interlocutori hanno sottolineato la necessità di tenere in considerazione due aspetti nel momento in cui hanno dovuto affrontare questa sfida:
Design matters.
Details matters.
Design e Details, traducibile in maniera molto grossolana in Grafica e Contenuti, sono stati a mio avviso ben reinterpretati nell’applicazione considerando gli spazi di manovra e gli ovvi limiti con cui si sono dovuti confrontare.
Certo, si può fare molto, ma molto di più. Purtroppo non è stata prevista, o è dovuta saltare per motivi di tempo, la sessione di questions da parte del pubblico altrimenti avrei lanciato la mia mano in aria e avrei dovuto scegliere tra uno di questi temi per formulare la mia domanda:
Functions
Web Integration
Advertising
FUNCTIONS
Per quanto riguarda le funzionalità sarei curiosa di capire se nelle evoluzioni previste o ipotizzate verranno implementati tools di bookmark e tagging, non necessariamente "social" ma "personal", una sorta di traduzione digitale dell’orecchietta che si fa alle pagine delle riviste. Mi immagino la possibilità di creare una sorta di numero personalizzato di Wired da aggiornare continuamente con i contenuti preferiti delle diverse uscite.
Sempre in merito al primo tema mi sono chiesta se e come pensano di introdurre servizi di share dei contenuti. L’app è a pagamento quindi non mi riferisco alla condivisione dell’intero numero ma di parti dello stesso, in particolare quelli creati ad hoc per la versione digitalizzata. Se da una parte si offre un servizio all’utente, dall’altra è comunque un modo per promuovere e dare visibilità alle innovazioni introdotte dall’applicazione rispetto alla versione cartacea e far crescere il desiderio di mettere le mani o meglio le dita sulla rivista formato app.
A questo proposito ho notato oggi alcuni commenti all’applicazione su iTunes tra cui questo
Digitally crippled! A mere PDF with videos No sharing! No bookmarking! No previous button! No copy/paste! No special layout for touch screens! No pinching or zooming!
segno del fatto che probabilmente molti altri si stanno chiedendo se "è tutto qui" o se le future evoluzioni dell’app comprenderanno funzionalità aggiuntive e non solo "design" e "details".
WEB INTEGRATION
Durante la demo non ho visto nessun tipo di rimando al sito di Wired. Dato per assunto che i due prodotti hanno una vita editoriale propria non escluderei la possibilità di creare un ponte tra i due all’interno dell’applicazione colmando tra l’altro l’assenza di alcune funzionalità come quelle descritte sopra e quindi un possibile percepito lacunoso nei confronti dell’app.
La notizia interessante comunicata ieri da Riccardo Luna è che in autunno uscirà una nuova versione del sito, e più precisamente la deadline è l’8 ottobre, giorno della consegna del Nobel per la pace a cui è candidato anche Internet.
ADVERTISING
Come stanno ripensando le creatività stampa nel passaggio da carta a app?
Probabilmente questa sarebbe stata la domanda che avrei scelto ieri perchè credo quella di maggior interesse non solo per me ma per il pubblico presente (l’evento era principalmente rivolto alla media community da quello che mi è parso di capire).
Personalmente ho tantissima aspettativa nei confronti di questo tema ed in particolare nei confronti di Condé Nast, che sta puntando molto sulla sua anima creativa, e di Wired che si è distinta per approcci innovativi nell’uso della rivista come strumento di comunicazione pubblicitaria (in particolare mi viene in mente l’advertising "tematico" presente nel numero dedicato allo sbarco sulla Luna ).
In conclusione posso dire di non aver provato personalmente l’applicazione quindi evito toni entusiastici o critici e li rimando al post-test! Se c’è qualcuno che l’ha provata mi farebbe piacere sapere quali sono state le sensazioni, le impressioni e le riflessioni sul futuro di questo prodotto. Nel frattempo aspetteremo l’uscita della versione italiana prevista per dopo l’estate.
Puoi amarlo o odiarlo ma difficilmente si può ignorare un fenomeno come quello di Farmville, il social game con oltre 80 milioni di active users mensili che allo stato attuale è sia l’applicazione Facebook di maggiore successo sia il gioco più diffuso al mondo.
Inevitabilmente Farmville è entrato sia nella mia vita personale sia in quella professionale.
Per quanto riguarda la prima, contrariamente a quanto si possa pensare, non direttamente, ossia non giocando, non raccogliendo le patate, non andando alla ricerca di neighbours per "espandere" la farm, bensì cercandoli per mia madre.
Sì, avete capito bene.
Notare la mia farm (creata appositamente per questo screenshot) e la sua.
Grazie a lei mi sono fatta una cultura sulle dinamiche di gioco e soprattutto sulle leve che lo hanno portato ad essere così diffuso. Le spiega in maniera molto semplice Federico Fasce in una recente presentazione dedicata al gioco come elemento di innovazione nella comunicazione aziendale.
Da un punto di vista professionale Farmville è un fenomeno decisamente affascinante per molti aspetti: gaming, target, modello di business, strumento di comunicazione e advertising. A questo proposito ho pensato di condividere su Slideshare un powerpoint in cui ho raccolto alcuni key facts a mio avviso interessanti relativi a questo fenomeno.
Qualche giorno dopo aver pubblicato l’ebook "I Trucchi di una digital strategist" mi ha scritto Edoardo Ambrosini responsabile comunicazione di Museum, una marca di abbigliamento.
Mi ha fatto molto piacere leggere la sua email, è stata non solo gratificante ma soprattutto stimolante e quindi gli ho chiesto se potevo pubblicarla per condividerla qui sul blog.
Ciao LaFra, seguo il tuo blog da parecchio ormai e mi sono appena letto il tuo ebook.
Faccio il responsabile comunicazione di una linea di abbigliamento (giubbotti) di famiglia che si chiama MUSEUM e mi piace molto il mondo dell’online.
Leggendo il tuo ebook mi sono reso conto (con molta modestia ) che alla fine credo di aver creato una buona base di presenza on-line del brand di cui mi occupo.
Campagna offline: oltre ovviamente alla presenza del sito ho voluto inserire il QR code, codice che permette di connettersi al sito mobile museumtheoriginal.mobi dai telefonini di nuova generazione.
Inoltre sul sito vedrai la collaborazione che stiamo portando avanti con la Bradipo Travel Designer come esempio di co-marketing
E per finire su www.desiderantes.com puoi vedere i cortometraggi MUSEUM che abbiamo realizzato e che stiamo pubblicizzando su vari siti quali Yalp.it, Bestmovie.it, Movieplayer.it, ecc ecc
Non so perché ti dico questo. Forse è solo per condividere con te un mio pensiero come tu fai con i tuoi post sul blog.
Ciao e grazie dell’attenzione (se sei arrivata fin qui ).
Devo ammettere che prima di questa email non conoscevo Museum ma dev’essere una carenza mia perchè su Facebook questo brand ha una fan page con più di 3000 iscritti!
Ho apprezzato molto l’email di Edoardo soprattutto per due motivi:
Si è fermato per razionalizzare quello che è già stato fatto e per costruire una visione d’insieme della presenza online del brand
Ha sottolineato in più punti che si può sempre migliorare senza necessariamente stravolgere il lavoro svolto fino ad oggi e vanificare gli sforzi
Sembra banale ma per esperienza vedo spesso aziende che di fronte ad un ipotetico fallimento decidono di buttare via un intero progetto per ripartire da zero con uno nuovo quando a volte un’accurata analisi e un’impostazione strategica sono sufficienti per individuare le leve da attivare per ottenere dei risultati significativi (anche se altre volte sono proprio i risultati e i KPI che si vogliono raggiungere ad essere sbagliati, ma questo è ancora un altro discorso).
Complimenti Edoardo e grazie a te per avermi scritto.
Sì lo so, è da tanto che non scrivo, in molti me l’avete fatto notare. L’ultima tirata di orecchie l’ho avuta venerdì scorsa e così mi sono decisa "Pubblico l’ebook", così recupero in parte la latitanza dalla blogosfera di questa estate.
L’ebook, se così vogliamo chiamarlo, è l’aggregazione e l’arricchimento sia contenutistico che grafico dei tre trend della comunicazione pubblicati all’inizio di quest’anno.
Un’idea nata non da me per la verità ma da uno che di ebook se ne intende visto che il primo che ha scritto è ora un vero e proprio libro di carta:
Oggetto: ebook?
Perche’ non fai un pdf con i tre post sulla comunicazione digitale? secondo me dovresti. [...]
E così ho fatto. O meglio, ho cercato di fare di più: ho unito i tre post ma ho cercato anche di approfondirli e di renderne più piacevole la lettura con esempi e immagini un po’ geek e decisamente un po’ blonde, ma che possono aiutare a comprendere meglio il senso dei tre trend (o almeno così spero).
Mi sono quindi confrontata con Maurizio e i miei colleghi di deepblue per condividere gli approfondimenti dell’ebook, ho chiesto ad Enrico di controllarlo e di editarlo e a Laura di abbellirlo con le sue illustrazioni.
Sono stata invitata come relatrice nella sessione La Comunicazione di prodotto e il Web 2.0.
Un’esperienza molto bella sia per la città che ho visitato per la prima volta sia per la sessione che vedeva oltre a me, Marco e Stefano anche Pepe Moder di Barilla e Frangino Lucarini di H-Art. La scelta dei relatori mi è sembrata molto ben riuscita essendo presenti rappresentanti dei principali attori della comunicazione: clienti, agenzie e media.
Il mio ruolo è stato quello di chiarire come il web 2.0 dovrebbe essere considerato come uno degli ambienti in cui le aziende si possono muovere online senza tuttavia trascurare gli altri, ossia i propri spazi come il sito corporate e i siti di prodotto, e quelli che è possibile "acquistare" come le campagne di display advertising e le partnership media.
Ho quindi sostenuto l’importanza di una visione d’insieme quando ci si relazione con internet (linko a questo proposito il secondo dei tre trend sulla comunicazione "secondo me") e la convinzione che non sia possibile innovare senza conoscere la realtà in cui si è presenti perchè si corre il rischio di "creare" qualcosa che esiste già o qualcosa di totalmente inutile.
Ho caricato la presentazione su Slideshare anche se molte considerazioni non sono presenti perchè le ho dette a voce. Ovviamente sono come sempre disponibile ad approfondire l’argomento
I mezzi notoriamente definiti in comunicazione come media offline si stanno digitalizzando e sono fruibili anche su internet: è possibile guardare alcuni programmi televisivi, ascoltare la radio, leggere libri e riviste, con modalità e tempi diversi: live, streaming, download, podcast, etc.
La prima banale considerazione che mi sento di fare è che non ha quindi più senso parlare di media online e offline come se fossero due mondi che fanno fatica a parlarsi ma piuttosto di opportunità diverse di fruizione di un contenuto.
Il pensiero che ho fatto su questo trend che ho chiamato digitalizzazione dell’universo media, proprio per non cadere nella tentazione di parlare di media offline, credo possa rappresentare un ulteriore spunto di riflessione sul crollo di questo ormai storico spartiacque.
Nel trend precedente ho parlato delle tre diverse categorie in cui è possibile classificare i media online se osservati da un punto di vista aziendale relativamente al grado di controllo che è possibile esercitare sulle stesse: owned, bought e earned.
In questo trend vorrei riprendere questa distinzione cambiando il criterio di analisi e spostandolo sull’elemento che intrinsecamente differenzia una categoria dalle altre:
Negli owned media il focus è sulla TECNOLOGIA ossia sulla resa grafica e architettonica del sito volta in alcuni casi ad enfatizzarne l’impatto grafico e in altri l’usabilità e il livello di accessibilità.
Nei bought media l’attenzione si sposta sul CONTENUTO: faccio pubblicità sui portali perchè è lì che gli utenti fruiscono dei contenuti, mi posiziono nei motori in modo da contestualizzare il mio prodotto nell’ambito della ricerca di contenuti da parte dell’utente.
Negli earned media, per ovvi motivi, sono centrali le RELAZIONI.
Se mi fermo a pensare a come gli altri media stanno attraversando il processo di digitalizzazione vedo delle forti analogie con il mezzo internet e la sua evoluzione.
Prendiamo la radio, il mezzo che più degli altri ha abbracciato in questi anni le opportunità di innovazione offerte dalla digitalizzazione. Faccio qualche esempio:
TECNOLOGIA: La radio viene appunto digitalizzata e può essere ascoltata online, sia in diretta che sotto forma di podcast
CONTENUTO: Vengono messi a disposizione degli utenti contenuti aggiuntivi rispetto a quelli trasmessi: è possibile vedere e non solo ascoltare i protagonisti del canale radiofonico e leggere curiosità sulle loro vite (ad esempio all’interno dei blog personali)
RELAZIONI: I canali radiofonici cercano di acquisire un grado di controllo sulla community che è nata spontanea attorno al loro brand dando vita a social network dedicati (ad es. mydeejay) o espandendo la propria presenza in altri territori online; inoltre crescono quei servizi online che consentono di condividere la propria passione per la musica e di personalizzarne la fruizione (ad es. Last.fm).
Discorso analogo per la stampa quotidiana e periodica:
TECNOLOGIA: le pagine vengono digitalizzate e rese disponibili in formato elettronico
CONTENUTO: il sito del quotidiano / rivista offre contenuti diversi e/o integrativi rispetto a quelli cartacei
RELAZIONI: nascono community attorno ai brand editoriali (ad es. donnamoderna, style, grazia, etc)
e per l’editoria
TECNOLOGIA: gli ebook e i device mobili in grado di leggerli (ad es. Amazon Kindle)
RELAZIONI: la scrittura partecipativa e la raccolta/segnalazione di materiali e risorse da parte degli utenti; la nascita di social network dedicati alla condivisione dei propri interessi bibliografici come Anobii e Pickwicki
E la TV? Il tubo catodico fa più fatica ad innovarsi secondo questo percorso evolutivo ma in questi ultimi anni sono stati fatti molti passi avanti, soprattutto in US e UK (toh che novità), vediamo qualche esempio:
TECNOLOGIA: alcuni programmi e serie televisive sono disponibili online a pagamento o gratuitamente. L’esempio americano per eccellenza è Hulu, quello britannico il BBC iPlayer. In Italia mi piace citare la RAI in quanto offre contenuti gratuiti su Rai.tv
CONTENUTO: sui siti dei programmi è possibile conoscere i dietro alle quinte, partecipare a sondaggi, vedere interviste non trasmesse in televisione, etc.
RELAZIONI: Hulu e il network ABC consentono di embeddare i video delle proprie serie televisive in siti esterni, la CBS ha creato le social rooms dove è possibile visionare i contenuti "in compagnia" di altri utenti collegati contemporaneamente con cui è possibile interagire; nascono canali e programmi televisivi dove una certa percentuale del palinsesto è creato con i contenuti realizzati dagli utenti (es. Current e QOOB).
Insomma su questo tema ci sono tantissime cose da dire e gli esempi citati vogliono essere solo rappresentativi, sicuramente non esaustivi.
Il mio obiettivo in questo post è condividere il mio pensiero sul trend che può guidare questa evoluzione.
E questa volta non vi disturberò la vista con i miei orridi grafici, spero che il post sia abbastanza esplicativo così, ma per ogni dubbio sapete dove trovarmi
Concludendo mi sento di dire che, analogamente al secondo trend, sia importante avere sempre in mente la big picture quando si ha a che fare con la comunicazione e con le modalità con qui questa prende vita.
E ricollegandomi al primo trend, quello relativo alla nascita di nuove categorie di brand, credo sia raccomandabile per ogni player media, presente o entrante, considerarsi innanzitutto un brand, un’entità con dei valori e un equity, e non esclusivamente un canale, magari partendo proprio dall’analisi delle tre componenti Tecnologia, Contenuto e Relazioni.
Va beh, chiudo davvero e lascio a voi la parola.
Vi va di dirmi cosa ne pensate di questo approccio relativo all’analisi del fenomeno di digitalizzazione dei media?
Se ripenso alla mia esperienza personale fino ad oggi mi vengono in mente esclamazioni e affermazioni appartenenti a periodi diversi rappresentative del pensiero comune sul ruolo di internet per le aziende in quel momento.
Per semplificare al minimo ridurrò questa evoluzione a quattro fasi, che presentano ovviamente ampi margini di sovrapposizione tra di loro, al solo scopo di evidenziarne il macrotrend.
Devi farti il sito!
Fino a qualche anno fa (ma la cosa preoccupante è che in molti la pensano ancora così) internet per le aziende era semplicemente “il sito”. Le web agencies e i freelance sfornavano un sito dopo l’altro, acquistavano domini come fossero pacchetti di sigarette, si faceva a gara tra chi trovava l’accostamento di colori più accattivante, l’immagine in homepage più evocativa e simbolica, il menù di navigazione più articolato o “creativo”. Il grafico all’inizio era l’htmlista, poi il flashista fino ad arrivare a richiedere skills di programmazione per ottenere determinati effetti durante la navigazione.
Hai visto il mio banner?
Il numero di siti cresce e le probabilità di essere visitato dagli utenti si riducono notevolmente, diventa quindi forte l’esigenza di creare dei punti di collegamento visibili tra i siti più visitati, in particolare i portali, e i sitarelli aziendali, siano essi corporate o di prodotto: la soluzione sono i banner. Piccoli, grandi, grafici o testuali, statici o che lampeggiano, diventa impensabile “andare su internet” senza almeno un bannerino.
Il SEO è il futuro!
“Cosa li fai a fare i banner che tanto non te li clicca nessuno? Devi essere nei primi tre risultati di google se vuoi che qualcuno venga sul tuo sito”: il search è la panacea di tutti i web-mali. è la corsa all’oro, o meglio alle parole chiave dorate, si snocciolano sigle come SEO, SERP, PR, se non sei sulla prima pagina di Google non sei nessuno.
Ce l’hai la pagina su MySpace?
E venne il momento dei social network. Il concetto chiave che inizia a diffondersi sulle bocche dei web strategists di tutto il mondo è: se vuoi raggiungere il tuo target devi essere lì dove sono loro, ossia negli ambienti digitali dove trascorrono gran parte del loro tempo online insieme al proprio "network" (amici, familiari, colleghi, appassionati, etc). E questo concetto si spinge verso il "devi entrare a far parte di quel network", come se questo ingresso fosse possibile per ogni brand, azienda, prodotto, sito, servizio, testimonial, etc.
La descrizione delle 4 fasi è volutamente esagerata e approssimativa, cerco di condividere un pensiero per esprimere il mio punto di vista su questo fenomeno.
Avrei dovuto inserire nel passaggio da una fase all’altra di questa evoluzione anche esclamazioni come “il sito (il destination website) è morto”, “il banner è morto”, “il blog è morto”, “second life è morto”, etc, sembra che dichiarare la morte di qualcosa o qualcuno da qualche anno a questa parte sia diventata una moda (speriamo non un trend).
Si è sempre alla ricerca della next BIG THING.
Tornando alle fasi , possiamo dire che l’interesse del mercato si è spostato dagli owned media, siti di proprietà interamente gestibili dal proprietario (owner), ai bought media, spazi sui siti a largo traffico che è possibile acquistare, fino ad arrivare agli earned media, ambienti online dove il posto ma soprattutto il consenso da parte degli utenti te li devi diciamo guadagnare.
Non so quale sarà la next big thing, ma sinceramente mi interessa relativamente, sono molto più affascinata dalla big picture.
Mi spiego.
Ho l’impressione che la continua ricerca di ciò che nel prossimo futuro sarà il nuovo hype faccia perdere di vista quello che in rete c’è già, perchè la cosiddetta rete è più viva che mai. Cercare di capire come le persone usano la rete, quali spazi privilegiano, quali motivazioni li spingono ad usare un servizio piuttosto che un altro, di cosa parlano, cosa e chi cercano, è secondo me una sfida ben più stimolante del capire cosa si intende per web 3.0.
Per quanto mi riguarda il mio impegno verso la comprensione di come costruire o sviluppare la presenza online di un brand, di un’azienda, di un ente, di un amico etc. partirà da qui.
La corretta valutazione della propria presenza online dovrebbe partire dalla definizione del ruolo che dovrebbero avere le tre categorie di online media, e questo non vuol dire che sia necessario investire tempo e risorse in tutte e tre le categorie ma ignorarne una per concentrarsi esclusivamente su un’altra (ad esempio non curare il proprio sito per dedicarsi interamente alla propria fan page su Facebook) è un errore.
Possiamo ad esempio guidare l’utente attraverso un percorso che lo agevoli nella ricerca di informazioni sul proprio prodotto (spot in tv con link del product site, presidio delle keyword relative al copy dello spot sui motori, "infiltration" – che sconsiglio – nei forum per parlare del sito, etc) ma dobbiamo aspettarci che ogni utente decida autonomamente, volontariamente o meno, di seguire un percorso personalizzato, ed essere pronti ad agire di conseguenza attraverso un’attenzione costante a tutta la torta non solo ad una fetta.
Va bene mi sono dilungata un po’ troppo (strano eh?) ma questo secondo trend è quello a cui tengo di più
Cosa ne pensate? I miei orridi grafici vi hanno fatto chiudere la finestra/tab prima di arrivare qui?
Stamattina ho visto la diretta in streaming della "Colazione da Wired", l’evento organizzato dal futuro direttore di Wired Italia Riccardo Luna per incontrare noti rappresentati della blogosfera e raccogliere impressioni, suggerimenti, consigli sul futuro lancio di Wired in Italia.
Non so a quanti sia stato mandato l’invito ma era arrivato anche a me e per ovvi motivi logistici ho dovuto declinare altrimenti avrei partecipato. Mi sarebbe piaciuto condividere le mie riflessioni sulle opportunita’ editoriali di questa nuova rivista con gli altri presenti e non potendo esserci lo faro’ ovviamente qui
Le mie considerazioni iniziali sono:
Wired e’ un mensile quindi non puo’ creare il suo vantaggio competitivo rispetto alle altre proposte editoriali puntando sulla "freschezza" delle notizie (fanno fatica i quotidiani figuriamoci i mensili). Le attese e le aspettative maggiori nei suoi confronti sono relative ala modalita’ con cui le stesse verranno concettualizzate e approfondite.
Wired Italia non puo’ diventare la copia di Wired USA: gli stessi blogger oggi hanno chiarito che sperano che il primo non cannibalizzi il secondo e il direttore ha precisato che non succedera’, sara’ possibile trovare entrambe.
Wired deve posizionarsi in maniera diversa rispetto alle altre proposte editoriali che potrebbero essere percepite come concorrenti: rispetto a Nova, piu’ volte menzionato durante la Colazione (dovuto ovviamente anche alla presenza del direttore Luca De Biase), da Jack, accostamento che tutti temono perche’ svalorizzerebbe il ruolo di Wired nel panorama informativo tecnologico, e da altri prodotti in qualche maniera accostabili a Wired relativamente ai temi trattati. Dovrebbe svilupparsi in maniera sinergica e non antitetica a quanto gia’ esiste.
Wired potra’ avere, o almeno ci si aspetta avra’, una versione online che a mio avviso non dovrebbe replicare i contenuti della rivista se si vuole venderne un numero di copie sufficiente al sostentamento economico (mi riferisco ovviamente anche alla vendita degli spazi pubblicitari). Oggi durante la colazione ho sentito parlare della rivista come di un "feticcio" perche’ ha ovviamente qualcosa che l’online non puo’ replicare, ma non so quanti possano condividere questa visione a parita’ di contenuti.
Wired difficilmente puo’ posizionarsi come aggregatore perche’ una buona parte dei suo potenziali lettori utilizza gia’ strumenti di aggregazione delle informazioni (e qui ritorno sempre al discorso del filtro informativo di cui parlavo in un precedente post)
Per quanto riguarda questo ultimo punto faccio riferimento ad uno degli eventuali target di Wired. Provo a fare chiarezza, a mio avviso i possibili pubblici potrebbero essere:
Appassionati di tecnologia (di cui fa parte una bella fetta di blogosfera, in senso lato ovviamente)
Opinion Leader (di cui fa parte un’altra porzione di blogosfera, in alcuni casi sovrapponibile alla precedente)
Manager Aziendali
Enti pubblici e privati
I primi rientrano appunto nel discorso che ho fatto prima in merito alla difficolta’ da parte di Wired di posizionarsi come un aggregatore dell’informazione rilevante: questo pubblico ha gia’ sviluppato una sua modalita’ di aggregazione, in piu’ non ha molta affinita’ con la carta stampata come hanno raccontato alcuni durante l’incontro, e quindi ha bisogno di un vero valore aggiunto per comprare la rivista (e soprattutto per leggerla).
Gli opinion leader, fatta eccezione qualche caso, tengono fortemente in considerazione i big brands editoriali, soprattutto in formato cartaceo, perche’ sanno che l’opinione acquista appunto leadership quando sconfina il bit e e arriva sui mezzi classici.In questo senso Wired dovra’ vedersela con i grandi quotidiani, versione cartacea e online, e con lo stesso Wired americano: dovra’ essere in grado di costruirsi una reputazione, di acquisire credibilita’ nei confronti di questo pubblico.
I terzi e i quarti preferiscono un’informazione snack piuttosto che lunghi articoli ridondanti.
Che cosa accomuna questi pubblici? Di cosa hanno bisogno? Che cosa manca? A mio avviso manca uno strumento che li metta nelle condizioni di capire cosa stanno leggendo, di andare oltre alla notizia, di invididuare dei trend. Come gia’ accennato nel precedente post, piu’ che di un filtro informativo hanno bisogno di una chiave di lettura dell’informazione e di identificazione delle possibili implicazioni per il panorama italiano (e secondo una logica ad imbuto per il loro business).
Durante la Colazione e’ stato precisato il fatto che Wired Italia deve connotarsi di italianita’, raccontando storie e vicende legate a persone, aziende, attivita’ italiane, ma a mio avviso anche individuando le conseguenze e l’impatto per l’Italia di cio’ che avviene oltreoceano, oltremanica, insomma oltre i nostri confini.
Non e’ una novita’ se dico che in Italia spesso l’innovazione arriva "dopo", a volte semplicemente c’e’ ma non e’ visibile, manca una traduzione della stessa per un pubblico piu’ ampio rispetto agli addetti ai lavori.
Ecco questa e’ l’attivita’ di "traduzione" che auspico per Wired Italia.
Questi ultimi giorni non ho aggiornato il blog perchè mi sono dedicata a rispondere alle dieci domande che Riccardo Pizzi di Pocacola.com mi ha fatto per la sua "rubrica" Una blogger alla settimana:
Come spiegheresti a mia nonna il tuo lavoro di “Digital Strategist” ?
Il fatto di essere bionda non ti impedisce di avere dimestichezza con le tecnologie. Hai fatto un master specifico oppure non sei bionda naturale ?
Che tipo di persona è chi ha un blog ?
“nei confronti di amici e parenti”: di cosa la accusano?
L’idea dei “Fotofaccioni” è diventata il tuo marchio di riconoscimento nelle reti sociali. Marketing o cazzeggio ?
Hai un aspetto da pinup e una mente brillante, dov’è nascosta la fregatura ?
Quanto tempo passi davanti allo specchio?
Come gestisci fans, provoloni e molliconi che ti insidiano quotidianemate con tutti gli strumenti social a loro disposizione?
Il più bel complimento che ti hanno fatto come donna e il più bel complimento come blogger.
Hai appena fatto l’amore e ti alzi per prendere una sigaretta o un succo di frutta. Passando davanti al computer (che mostra sullo schermo la dashboard di WordPress) , noti che c’è un commento in attesa di moderazione o un nuovo link in ingresso.. Che fai?
L’intervista su Pocacola segue la mia comparsata su Jack di Novembre insieme ad altri amici blogger nell’articolo "Da Zero a Star coi Blog"
Sapevo ovviamente che sarebbe stato pubblicato qualcosa su di me nel numero di questo mese, quello che non sapevo è cosa avrebbero scritto. Mi è stata chiesta una descrizione di me stessa e il risultato è stata un’intera pagina di word (ah! la sintesi) da cui è stato estratto questo articoletto. Sintetico ovviamente ma mi è piaciuto molto (a parte il dettaglio della reginetta dei blog che avrei evitato volentieri eheh).
Comunque quella paginetta è ancora qui nel mio pc da qualche parte quindi penso che utilizzerò quello che ho scritto per aggiornare la mia descrizione su questo blog, per ora decisamente scarna e non aggiornata.
Intanto se avete tempo mi farebbe piacere se leggeste l’intervista che mi ha fatto Riccardo Buona lettura!
Vorrei condividere con voi alcune riflessioni che ho fatto in merito a come si sono evolute le modalita’ di accesso alle informazioni nel tempo, con un riferimento particolare ai feed rss.
I feed rss per me, come per molti di voi ne sono certa, sono una droga. Spesso mi trovo a spiegarne la natura e l’utilizzo ad amici e colleghi e per farlo consiglio sempre di guardare (o mostro direttamente) il video realizzato dai quei geniacci di Commoncraft.
In sintesi il buon leelefever nel 2007 ci spiegava che c’e’ un modo vecchio e lento di accedere alle informazioni (the OLD and Slow Way) e ce n’e’ uno invece nuovo e veloce (The NEW and Fast Way).
Il modo vecchio e’ andare su ogni singolo sito e blog per controllare se ci sono novita’.
Il modo nuovo e’ invertire questo procedimento e lasciare che siano le novita’ a venire da te.
Questa inversione e’ fattibile ovviamente grazie alla possibilita’ di ricevere i nuovi articoli e i nuovi post sotto forma di feed rss in un aggregatore, nel mio caso Google Reader.
Ora non so voi, ma se io fossi l’omino disegnato da Commoncraft potrei essere rappresentata cosi:
Avevano ragione quelli di Commoncraft, i feed rss danno dipendenza, arrivi ad aggiungere talmente tanti siti e blog nel tuo aggregatore che e’ umanamente impossibile seguirli tutti.
E qui vi volevo portare: nasce l’esigenza di un filtro informativo.
A mio avviso esistono tre macrocategorie di filtri informativi: editoriale, sociale e tecnologico.
FILTRO EDITORIALE
Lasciamo che sia una struttura editoriale a filtrare le notizie più rilevanti e ci fidiamo della loro capacità di scansionare le diverse risorse e di scelta.
Il filtro editoriale, un filtro diciamo "dall’alto", e’ in un certo senso l’attivita’ che e’ storicamente alla base del concetto di pianificazione editoriale, di creazione del palinsesto, dei mass media, se non fosse che le fonti consultate oggetto del filtraggio sono spesso le stesse. E’ anche un’attività a volte offerta come servizio aggiuntivo rispetto alla sola rassegna stampa da parte degli uffici stampa o delle società di pubbliche relazioni.
In questo contesto specifico tuttavia preferisco pensare ad una struttura editoriale piu’ "web oriented" che seleziona le risorse della rete per noi potenzialmente piu interessanti.
Un esempio potrebbe essere Techmeme e l’italiano Memesphere che "aggrega e analizza migliaia di feed provenienti da blog e da altre fonti web e fornisce ogni giorno la fotografia delle conversazioni e dei concetti più citati dal popolo della rete italiano, ma anche dai media mainstream".
FILTRO SOCIALE
Lasciamo che sia l’aggregazione delle scelte e delle segnalazioni del nostro network sociale a far emergere le novità e gli interventi più interessanti. Faccio specifico riferimento al nostro network personale e non al network generale per due motivi: da una parte perche’ voglio focalizzarmi sul ruolo attivo dell’dell’utente nella scelta di chi (o come vedremo dopo di cosa) "fidarsi" per il filtraggio delle informazioni, dall’altra perche’ siti come digg, come oknotizie e come delicious hanno acquisito con il tempo un ruolo diverso, di siti di ricerca, ma credo che sia meglio rimandarne l’approfondimento in un altro post (di riflessione sulle riflessioni di questo ).
Alcuni esempi possono essere:
Google Reader shared item l’area del tuo Google Reader dove e’ possibile visionare i feed che i tuoi contatti hanno deciso di condividere perche’ considerati piu’ interessanti.
delicious.com/network: i links salvati su delicious dai contatti inseriti nel nostro network.
Friendfeed: Friendfeed per chi ancora non lo conoscesse (attenzione perche’ e’ giudicato il nuovo Twitter) può essere considerato un servizio di lifestreaming alla stessa stregua di Profilactic ma con una sostanziale differenza che a mio avviso e’ uno dei fattori ne sta decretando il successo: tutto è non solo "likabile" (è possibile contrassegnare i feed interessanti con un "like") ma commentabile; il commento ha la sua importanza in quanto ogni qualvolta un elemento viene commentato in automatico viene riportato in cima alla lista tanto che in alcune occasioni si parla di spam quando i commenti sono talmente numerosi da riportare in cima lo stesso feed più volte. Io sono diventata una friendfeed addicted e quando un feed è fortemente "likato" e commentato mi viene la curiosità di andare a vedere di cosa si tratta.
In contrapposizione al filtro editoriale "dall’alto" potremmo definire il filtro sociale "dal basso".
FILTRO TECNOLOGICO
Il filtro "dal mezzo" (scusate la freddura). Ci affidiamo a filtri automatici, a servizi che o all’interno del nostro reader (ad es. AideRSS con il Postrank) o all’esterno in una pagina web dedicata, selezionano i feed per noi potenzialmente interessanti, sulla base del nostro comportamento (es. Feedhub), dell’interesse mostrato nei loro confronti da altri (nel caso di Postrank si parla di audience engagagement ), o sulla base di keywords da noi segnalate (ad es. FeedRinse).
A questo proposito vi invito a leggere il post di ReadWriteWeb che ha anche ispirato queste mie riflessioni in cui vengono descritti diversi servizi che consentono di filtrare i feed rss tra cui quelli che ho citato.
In questo particolare filtro entra inoltre in scena il tanto discusso e atteso Semantic Web considerato il futuro del Web (il Web 3.0?). Io sono d’accordo con il commento di un lettore di ReadWriteWeb al post "What’s Next After Web 2.0"
If Web 1.0 was about Read and Web 2.0 was about Read/Write, then Web 3.0 should be about Read/Write/Understand
Ma sono d’accordo a prescindere dal web semantico.
"(to) Undestand" e’ la vera skill del futuro, sembra scontato ma non lo e’.
Pensiamo ad esempio al web: quanti siti/blog riportarno i fatti e quanti li spiegano? Quanti capiscono veramente quello che stanno scrivendo? Quanti si soffermano sulle parole prima di gettarle in un post? Una persona e’ ovviamente libera di decidere cosa fare del proprio blog o del proprio sito come meglio crede ma se vuole distinguersi, se vuole essere seguito e apprezzato dovra’ sempre di piu’ a mio avviso placare quella crescente sete di "Understanding" che gli utenti hanno.
E per quanto mi riguarda dietro a questi utenti si muovono aziende ed enti pubblici e privati desiderosi di capire cosa sta succedendo e che a volte difficilmente possono riuscirci attraverso la sola lettura dei propri innumerevoli feed.