Diverso tempo fa ho ricevuto una mail da un copywriter di Milano che ha scritto un libro sotto lo pseudonimo Lutile Idiota.

Ti scrivo perché vorrei regalartelo e mi farebbe davvero piacere se, leggendolo, tu lo trovassi divertente… e ne parlassi poi ai tuoi follower. Nel bene e nel male.

Ho lasciato trascorrere diverse settimane prima di iniziare e poi tra una corsa in treno e un appuntamento dal dentista l’ho finito.

Narra la vita di un account director raccontata attraverso le lettere che Van Gogh scriveva a suo fratello Theo. Una scelta azzeccata capace di rendere ancora più drammatici alcuni momenti topici della vita all’interno di un’agenzia pubblicitaria e allo stesso di sdrammatizzarli.

Vi riporto alcuni esempi.

LA PRIMA CAMPAGNA PUBBLICITARIA

è un’enorme soddisfazione sapere che il vero rumore di ogni comunicazione, la cosa che motiva in TV un cambio repentino di canale, la cosa che provoca fastidio in migliaia di persone, sia proprio roba tua. Non si può spiegare. Sono commosso, mi viene da piangere.

IL BRIEF

Un mio collega mi ha detto che esiste un armadietto a tenuta stagna dove vengono riposti i brief appena presi dal cliente. E conservati per settimane intere. Poi, a due giorni dalla consegna del lavoro, l’armadietto viene riaperto alla presenza di un notaio e vengono assegnati i lavori da fare.

LA GARA

Non si possono fare domande, non si tollerano errori, si rimandano gli appuntamenti personali, si consegnano tutte le armi all’ingresso dell’agenzia e si ritirano all’uscita.

Grazie Lutile (chiamarlo Idiota mi sembra scortese) e buona lettura a voi :-)

 

Ho sorriso all’inglese maccheronico e alle domande come “Restaurant, where?” perché l’inglese di Oxford, quello del genitivo sassone e dei question tags, è incomprensibile.

Ho sorriso ai refusi, nei menu e nelle insegne dei negozi, perché non dovevo correggerli.

refuso

Ho sorriso ai tacchi, a quelli che ti slanciano e ti fanno sentire più bella, perché non ho dovuto indossarli per compiacermi davanti allo specchio.

Ho sorriso alle infradito, quelle che ti tagliano la pelle tra l’alluce e il secondo dito del piede, perché il mare disinfetta la ferita.

Ho sorriso ai motorini, quelli che trasportano famiglie di quattro persone, perché sono diretti verso una casa.


Ho sorriso al pantalone taglia unica, perché puoi essere una 38 senza curve o una 46 che ne ha in abbondanza, a lui non importa.

Ho sorriso alla fretta perché non averla ti fa cogliere ogni minimo dettaglio, davanti o dietro al mirino di una macchina fotografica.

Ho sorriso ad ogni sguardo, quelli furtivi dei passanti, quelli attenti dei bambini, perché occhi così belli non ne ho mai visti.


Ho sorriso tanto.

E volete sapere una cosa? Sorrido ancora.

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Ho creato questo blog nel giugno 2006 e più o meno da allora ho iniziato a conoscere persone che come me sono appassionate di internet, di social networking, di tecnologia, di media, etc. Le conoscevi o le riconoscevi ad un convegno, ad un barcamp, ad una girl geek dinner e poi le seguivi in rete, fino al prossimo incontro diciamo reale.

Poi succede che con alcuni stringi una relazione che va aldilà del like o del retweet, e va anche aldilà degli “eventi comandati”, quelli in cui magari non ti sei messo d’accordo con nessuno, dove vai e pensi “chissà chi becco”. Con alcuni decidi di vederti anche in contesti diversi, più personali, familiari: il tuo pub di fiducia, dove vai e non fai nemmeno checkin perché per te è un luogo intimo, la tua casa, il parco dove vai a rilassarti leggendo. E quando inviti una di quelle persone che hai conosciuto online in alcuni di questi spazi si crea un legame forte, di poche parole e tanti gesti, sorrisi, abbracci, perché questo tipo di condivisione non è affatto scontato.

Marco per me era una di quelle persone. Come me condivideva tanto con tanti e poi se si affezionava era pronto ad aprirti la porta di casa, a presentarti la sua splendida famiglia, a farti sentire parte della sua vita.

Non riesco a ricordare quando ho visto Marco la prima volta ma so che non mi sono mai sentita come un’estranea per lui. Sono sicura che abbia fatto questo effetto su tanti. Era una delle cose belle di lui.

Mi chiamava la sua “figlia grande” e tutte le volte che ci siamo visti non ha mai perso occasione per invitarmi a cena, come se ci tenesse a creare momenti da trascorrere insieme che non fossero quelli casuali o dettati da dinamiche più o meno lavorative.

Conservo due ricordi bellissimi di Marco.

Il primo è il concerto di Celine Dion: sono andata lì con mia madre e ad un certo punto sento una voce che urla “LaFraaa!”: era seduto in mezzo ad una decina di uomini in giacca e cravatta e lui invece in camicia a quadretti beige e l’immancabile taglio di capelli alla Wolverine, solo brizzolato. Incontrarsi in quell’occasione è stata una vera festa, abituati a vedersi ai convegni essere lì insieme ci era sembrato un evento eccezionale. Negli anni successivi ne abbiamo parlato innumerevoli volte nell’imbarazzo generale dei presenti che non potevano capire cosa ci fosse di così entusiasmente in un concerto di Celine Dion.

Il secondo è in Puglia, nella sua casa al mare, con Paola e le figlie. Stavo facendo un viaggio itinerante e quando Marco mi ha proposto di andare a trovarlo ho accettato subito. Mi ricordo un abbraccio forte, sincero, quasi paterno.

Ecco io lo so che per tante persone Marco era un guru, un pioniere di internet, uno di quelli che trovi linkato alla fine delle citazioni, ma per me era soprattutto una persona che non dava nulla per scontato.

Grazie, mi mancherai.

Funky Professor e LaFra (Concerto di Celine Dion, 2008)

Un’idea nata d’estate e diventata realtà un mese fa quando ho pubblicato il primo articolo

[NERD & THE CITY] Sei una ragazza nerd? Scoprilo!

LaFra su Chooze.it

Una rubrica che parla di ragazze come me, spesso definite nerd perché appassionate di Star Wars, di videogiochi, di film fantasy, di tecnologia e di altri elementi appartenenti appunto all’immaginario nerd.

Per me la Ragazza Nerd non è solo questo, non è semplicemente la versione femminile di uno stereotipo tipicamente maschile, descriverla vuol dire raccontare l’ironia che sottende le sue passioni, come influenzano il suo modo di vivere, di relazionarsi con gli altri, di vivere gli spazi, fisici e non.

Non è facile definire la Ragazza Nerd, non si può ingabbiarla in una definizione di Wikipedia. Va osservata, studiata, vissuta, sono intorno a noi, in mezzo a noi, in molti casi siamo noi, proprio come quelli che benpensano, ma sono più difficili da riconoscere. Non solo. Frequentare la ragazza Nerd richiede un approccio empirico e un certo interesse verso la teoria Darwiniana.

Quindi leggete e condividetene tutti.

Ah, non la trovate qui ma su Chooze.it, un progetto editoriale che mi è piaciuto subito e di cui sono entusiasta di far parte. Grazie a Giacomo, Manuela e Ottavio per avermi coinvolta.

Gli articoli della rubrica

I buoni propositi non sono il mio forte, del resto chi riesce davvero a mantenerli?

Uno dei miei di quest'anno era scrivere almeno un post al mese, direi che ho fallito miseramente.

Ci voleva Io Donna con l'iniziativa A passo di donna a farmi tornare la voglia.

Poi se il tema è Cannes e nello stesso articolo le mie adorate scarpe gialle direi che ogni restistenza è futile.

Un'intervista di tre sole domande ma tante emozioni

  • Chi sei (raccontaci qualcosa di te e di quello che fai nella vita, le tue passioni, quello che ti fa sognare)
  • Il traguardo raggiunto (c’è un momento nella tua vita professionale o privata in cui hai capito di aver raggiunto un traguardo, raccontaci qual è!)
  • Le scarpe indossate (Per andare lontano servono passione, talento e…buone scarpe! Quali avevi ai piedi in quel momento o quali sono per te quelle che simboleggiano quel momento?)

apassodidonna

Non vi anticipo niente anche se per alcuni di voi sarà un rileggere le emozioni che ho già raccontato allora proprio in questo blog.

È il trending topic del momento tra gli addetti ai lavori: il Graph Search di facebook.

La prima vera innovazione del 2013 dopo un 2012 ricco di piccole grandi novità.

Graph Search può aiutarti a trovare istantaneamente altre persone, conoscere più cose su di loro e fare connessioni, esplorare foto, trovare rapidamente luoghi come attrazioni locali e ristoranti, e conoscere interessi comuni come musica, film, libri e altro ancora. Tutti i risultati sono unicamente basati sulla forza delle relazioni e delle connessioni [Fonte: blog.tagliaerbe.com]

“Search”, “trovare”… è praticamente immediata l’associazione con Google, ossia il motore di ricerca per eccellenza nonché big competitor di Facebook , tanto che Zuckerberg ha messo subito le mani avanti specificando che il Graph Search non è come la ricerca generalista ma un modo di cercare informazioni all’interno del proprio network di contatti, il Social Graph.

Nell'esempio illustrato dal CEO, la ricerca sul Web prevede l'immissione della chiave di ricerca hip-hop per poi ottenere milioni di risultati con annessi link. Il funzionamento di Graph Search prevederà invece la digitazione della più lunga domanda a quali tra i miei amici piace l'hip-hop? [Fonte punto-informatico.it]

Tutti d’accordo quindi nel comprendere che il Graph Search sia una modalità di ricerca diversa da quella di Google, meno sul fatto che non siano in competizione. Entrambe soddisfano un bisogno, partono da un insight e questo le rende potenzialmente sostituibili.

Vi guido nel mio ragionamento.

Chi mi conosce sa che ho il bisogno di contestualizzare ogni mutamento inerente ai social media in una cosiddetta visione d’insieme, in una sorta di percorso evolutivo, e quando penso alla trasformazione di facebook mi immagino un gruppo di persone attorno ad una lavagna con sopra disegnato lo schema stilizzato del path-to-purchase, ossia del percorso d’acquisto, e lunghe discussioni e confronti per capire come presidiare ogni singolo step attraverso le potenzialità del social networking.

Le integrazioni all’interno dell’offerta di facebook lanciate nel 2012 sono infatti mirate a dare strumenti alle aziende per raggiungere il proprio target in particolare nelle ultime fasi del percorso d’acquisto.

Exchange (FBX) ad esempio

Facebook Exchange è un modello di pubblicità basato su un sistema di offerte in tempo reale ( Real-Time Bidding), dove gli ad sono piazzati grazie ad alcune piattaforme, note come demand-side platforms (Dsp) […] In pratica si tratta di integrare la cronologia di navigazione dell’utente nel sistema di offerta pubblicitaria, come già fatto da Google e altre aziende. Un esempio? Se avete cercato un biglietto per le Hawaii su un sito di viaggio ma non lo avete comprato, allora lo stesso sito potrebbe comparire nell’ormai famigliare barra laterale proponendovi di acquistare un biglietto per Honolulu o una stanza in un hotel" [Fonte Wired.it]

è stato spiegato al mercato con lo schema qui sotto, un path-to-purchase suddiviso nelle due macrofasi Demand Generation e Demand Fulfillment

Più immediato in questa logica è il lancio delle facebook offers,

la funzione Facebook offers è il servizio di social shopping […] che consente alle aziende proprietarie di una fanpage di pubblicare offerte e sconti esclusivi per i propri fan [Fonte Ninjamarketing.it]

che strizza l’occhio ai deals e al commercio elettronico lavorando quindi sull’intenzione d’acquisto e sull’effettivo purchase.

Anche le custom Audiences

Custom audience: strumento che consente di fare il matching tra i propri fan e una propria lista proprietaria di contatti (es. Mailing list) in modo da poter creare annunci profilati ai già clienti o prospect della nostra azienda [Fonte digitalmarketinglab.it]

trovano il loro posto in questo ragionamento in quanto rendono facebook uno strumento prezioso di CRM accrescendone l’importanza nella fase di fidelizzazione e quindi di riacquisto del prodotto o del servizio.

E il Graph Search?

Che ruolo potrebbe avere all’interno del percorso d’acquisto? Quale fase influenza?

Proprio come nel mio immaginario, mi sono messa davanti ad una lavagna, ho coinvolto i miei colleghi, mi sono dotata di pennarelli colorati e ho disegnato la mia personale visione di path-to-purchase, o almeno quella che trovo più comoda per i miei ragionamenti.

Sono partita dalle fasi:

  • AWARENESS: vengo a conoscenza dell’esistenza di un prodotto/servizio
  • INTEREST: il prodotto/servizio cattura la mia attenzione. Voglio saperne di più
  • CONSIDERATION: prendo in considerazione l’idea di comprarlo . Chiedo conferme. Raccolgo stimoli
  • INTENTION TO BUY: lo comprerò
  • PURCHASE: lo compro
  • LOYALTY (RE-PURCHASE): mi piace, lo ricompro. Lo consiglio.

Successivamente ho inserito nello schema i servizi di facebook citati e il search di Google.

Coerentemente con quanto teorizzato da Google ho inserito a metà strada tra Interest e Consideration la sigla ZMOT, ossia Zero Moment of Truth.


ZMOT rappresenta la ricerca della "Verità" attraverso le informazioni disponibili in rete prima di procedere all’acquisto.

In cosa si differenzia il Graph Search di Facebook? Come dice Zuckerberg

“We can answer a set of questions that no one else can really answer. All those other services are indexing primarily public information, and stuff in Facebook isn’t out there in the world — it’s stuff that people share.”

La keyword in questo caso è ancora una volta People: persone che conosciamo, persone di cui spesso ci fidiamo per le nostre scelte. Se cerco informazioni su un film di cui ho sentito parlare e scopro tramite facebook che la mia migliore amica lo ha già visto e non le è piaciuto in un attimo ho ottenuto il dettaglio più importante tra tutti quelli che potevo trovare in rete. Forse non ho nemmeno il bisogno di proseguire con la ricerca.

E se invece di un film fosse un ristorante? O un telefono cellulare?

Il Graph Search e la cosiddetta ricerca generalista sono diverse ma potenzialmente sostituibili nel path-to-purchase. Entrambi fanno leva sulla fase di Interest e Consideration (spesso a loro volta sovrapponibili per acquisti non complessi): il primo sulla sfera più razionale, l’altro su quella più istintiva ed emozionale.

In entrambi i casi quindi possiamo parlare di ZMOT: con il Graph Search la ricerca del TRUTH, della verità, fa posto al Power of TRUST, alla fiducia che abbiamo non tanto nel nostro network, ma nella conoscenza delle persone che ne fanno parte.

Sarà interessante osservare nel tempo come il Graph Search impatterà nelle decisioni di un’azienda e come influirà sugli investimenti pubblicitari.

Come direbbe mia mamma “Watch this space”.

[Grazie a Mattia e a Stefano per avermi accompagnato in questo percorso e per avermi aiutato a dar vita a questo post]

Prima di partire per le tanto attese vacanze estive ho letto un articolo di Vincenzo Cosenza su CheFuturo dal titolo “5 indizi per capire se la tua azienda sbaglia tutto sui social media”, dove in terza posizione troviamo “il successo legato al numero dei fan/follower”:

Ci sono due tipi di aziende che sbagliano l’approccio alla misurazione: quelle che preferiscono non misurare i risultati delle proprie attività sui social media e quelle che lo fanno considerando le metriche sbagliate. Le prime pensano che sia inutile qualsiasi tipo di analisi scientifica perché l’importante è esserci dato che ci sono anche i concorrenti. Le seconde, pensando di essere più sveglie, applicano le logiche di misurazione dei mass media a spazi relazionali. […] Quante volte avete sentito parlare di obiettivi di questo tipo “entro l’anno dobbiamo superare il milione di fan” […] Sarebbe più opportuno ragionare in termini di engagement ossia di reale coinvolgimento. Ad esempio quanti e quali, tra fan e follower, considerano talmente interessanti le attività messe in campo da rilanciarle o scriverne? E inoltre qual è il giudizio che ne danno?

Ovviamente non posso che essere d’accordo con il punto di vista di Vincos, la corsa ai fan fine a se stessa è un approccio sbagliato verso i social media e un investimento economico, seppur efficace, decisamente poco efficiente.

Allo stesso tempo non condivido l’atteggiamento di condanna che molti hanno nei confronti di questo kpi quantitativo senza motivarne le ragioni, incapaci di spiegare che per molte aziende la costruzione di una fanbase numerosa rappresenta il primo step di quello che potremmo definire un path-to-engagement o più in generale di creazione di una community. Banalmente parlando credo che in pochi consiglierebbero di creare una pagina senza spingerla con un minimo investimento in facebook ads, scelta contestabile nel caso in cui questa sia l’unica azione proposta.

A mio avviso la domanda “Come posso aumentare il numero dei miei fan?” può avere una risposta sanzionatoria (“stai sbagliando a farmi la domanda”), tattica (“dammi tot mila euro per tot mila fan”) oppure strategica per il brand e costruttiva per il potenziale rapporto di fiducia tra i due interlocutori. Personalmente in questi casi colgo la palla al balzo per mettere giù le basi del ragionamento che può sottendere a questa domanda:

  • I fan non sono interazioni con un link ma sono le stesse persone che puoi trovare al supermercato a comprare il tuo prodotto o a parlare del tuo disservizio mentre bevono il caffè con le amiche (a meno che non siano BOT ma questo è un altro discorso)
  • facebook non è uno spazio chiuso, molti dei contenuti visibili al suo interno sono frutto di un’azione che è accaduta in un ambiente esterno e diversi siti internet consentono di fruire di una navigazione e di risultati di ricerca personalizzati grazie all’utilizzo del proprio account
  • la pagina facebook è oggi un owned media (o “rented”?) a disposizione dell’azienda verso il quale ha senso spingere traffico e a cui dare visibilità all’interno delle proprie attività di comunicazione e non solo

Per semplificare l’esposizione di questi concetti ho creato una mappa di posizionamento degli asset che un’azienda dispone per costruire la propria community all’interno di un social network come facebook e l’ho chiamata S.A.M. (Social Assets Map).

Gli assi che ho utilizzato sono: pubblicitari vs non pubblicitari e all’interno di facebook vs fuori dal social network.

All’interno dei quadranti ho quindi inserito

  • adv + facebook : facebook advertising
  • not adv + facebook: pagina facebook e apps
  • adv + not facebook: tutti gli altri media online e offline come televisione, stampa quotidiana e periodica, radio, online display advertising, cinema, etc. 
  • not adv + not facebook: owned media a disposizione dell’azienda, dal sito internet al flagship store, dal packaging di prodotto al sacchetto della spesa.

(grazie a Laura per la grafica)

Ovviamente la mappa non ha la pretesa di essere esaustiva ma di cogliere l’opportunità da una domanda apparentemente sbagliata di dare una visione più completa del ventaglio di possibilità che i social media offrono.

La stessa mappa può essere chiaramente personalizzata utilizzando Twitter come social network – soprattutto con il crescente ingresso di player italiani nel mercato dei promoted – o in generale a tutti i social media.

Cosa ne pensate? Voi come la usereste? Come la arricchireste?

Capo de LaFra “Mi accompagni a Roma per una presentazione?

LaFra “Sì certo quando?

Capo de LaFra “Mercoledì alle 9, valuta tu se andare martedì sera o partire la mattina stessa

LaFra (pensa) “Chissà se riesco a trovare il tempo per andare a trovare la Nonna… Ah no…. Non c’è

Sono passati quasi tre mesi da quando mia Nonna se n’è andata ma qualche giorno fa ho capito che non me ne sono ancora resa conto del tutto. Nemmeno oggi su questo treno diretto per Roma.

Non appena arrivavo alla stazione Termini o all’aeroporto di Fiumicino la chiamavo, il più delle volte non riuscivo ad andare a trovarla e quindi chiamarla da Roma o da Milano cambiava poco ma a lei faceva piacere, sentiva di non dover alzare troppo la voce al telefono perché eravamo a qualche decina di chilometri di distanza. Quando vivevo a Londra temevo per le sue corde vocali, con calma le dicevo “Nonna, guarda che ti sento benissimo”.

Chissà quanti aneddoti avrete anche voi sui vostri nonni, io ne ho inserito qualcuno in una lettera che avevo scritto la sera prima del funerale quando mio zio mi chiese se potevo leggere qualcosa durante la cerimonia in rappresentanza della famiglia.

Non ce l’ho fatta.

O meglio l’ho letta, ma non in chiesa, in macchina con mio padre mentre andavamo al cimitero “Sai papà alla fine ieri ho scritto qualcosa, ma non sono riuscita a leggere” “Vuoi leggere ora qui, solo a me?”. E così è stato tra una lacrima e un singhiozzo.

Quel giorno mi ha chiesto se con calma una volta a casa potevo trascrivere quelle parole “al computer” così avrebbe potuto rileggerle. Eccole.

 

14 marzo 2012

Mi chiamo Francesca, sono una dei sei nipoti di Tilde, la più giovane anche se lei avrebbe detto la più piccola.

Forse proprio perché sono la più piccola sono sempre stata molto coccolata dalla famiglia e soprattutto da lei, o forse perché io e mia nonna ci somigliavamo molto, o forse perché ho cercato spesso nella mia vita di somigliare a lei.

Mia nonna era una donna eccezionale.

È morta all’età di 88 anni mentre io raccontavo ai miei amici che ne avrà avuti una settantina portati bene.

Quando andavo a trovarla, o quando ci parlavamo al telefono, mi diceva sempre che ero una forza della natura, orgogliosa di quella nipote che aveva studiato e aveva il “posto fisso” ma forse non si rendeva conto che la vera forza era lei, che spesso quando la chiamavo lo facevo perché avevo bisogno di sentirmi dire che se lo desideravo potevo ottenere tutto quello che volevo.

Mia nonna ne ha passate tante ma sempre a testa alta. Si confidata con me ma non si è mai lamentata una volta della sua vita.

Sì, ogni tanto si lamentava del nonno Casadei che non la portava fuori o al mare ma non l’ho mai vista lasciarsi andare giù. Ora potrà ricominciare a mugugnare e mio nonno tornerà ad urlare “Tildee” ogni 10 minuti. Me lo immagino seduto a capotavola dove si è sempre seduto il capofamiglia e lei che sgambetta e si agita intorno ai fornelli per preparargli le fettuccine.

Ho sempre avuto l’impressione che mia nonna non avesse paura di niente e ancora oggi non so se c’era qualcosa che la spaventava, forse la solitudine. Ora non è più sola.

Settimana scorsa quando abbiamo parlato al telefono le ho raccontato che in ufficio e a casa, anche se sono al quarto piano, salgo a piedi perché ho paura dell’ascensore. Lei mi ha detto “Naaaa, tu sei più forte di così”, più forte della mia paura.

Io ho tante paure e debolezze ma mi sento comunque una donna forte e lo devo soprattutto a lei.

Ti voglio bene Nonna.

Ieri mattina mi sono svegliata ad Alba e quando sono scesa in strada sono stata accolta da un forte profumo di cioccolato. Me lo avevano raccontato ma viverlo nelle mie narici è stata un'esperienza diversa: ho chiuso gli occhi e mi sono sentita come uno dei bambini a spasso nella fabbrica di cioccolato di Willy Wonka. 

Il biglietto dorato me lo ha dato l'Ente Turismo Alba Bra Langhe Roero invitandomi come relatore al convegno "Web e territorio. Le opportunità della rete per il turismo in Piemonte". 

Il mio intervento ha avuto come filo conduttore le tecniche di storytelling come strumento di comunicazione dalle origini a oggi e le motivazioni che stanno dietro al rinnovato bisogno di coinvolgere le persone con la narrazione piuttosto che colpirle come target con un messaggio lungo 30 secondi a ripetizione.

In particolare mi sono soffermata sulle opportunità per il turismo dove ritengo ci sia ancora molta descrizione e poca narrazione e su come i diversi social media stanno abbracciando la rinascita di questa disciplina vedi il Diario di Facebook, le Storie di Twitter, l'evoluzione di Google + e i nuovi strumenti di content curation come Storify.  

Dal Carosello a Facebook Diario: torniamo a raccontarci in rete

Una bellissima esperienza in una regione da scoprire.

Devo ricordarmi di tornarci quando tostano le nocciole.

 

Alcuni link di approfondimento

 

Settimana prossima, mercoledì precisamente, parto per New York.

Come potete immaginare non vedo l’ora ma l’obiettivo di questo post non è chiedervi consigli su cosa fare o non fare (se proprio volete vi propongo di testare con me Trippy lasciando qui le vostre recommendation), ve ne parlo perché questo viaggio mi ha dato finalmente il pretesto per esplorare in profondità il fenomeno turistico dell’anno AirBnb.


Molti di voi sapranno già cos’è AirBnb.

Airbnb permette di affittare a viaggiatori provenienti da tutto il mondo, qualunque spazio a propria disposizione (da un divano a un intero castello). Se invece si è in viaggio, airbnb permette di dormire in posti unici e di conoscere le persone locali, risparmiando e divertendosi molto di più!

Come ha scritto keira all’inizio di quest’anno, AirBnb è

un sito “affitta camere/casa”. Non è il couch surfing, non è solo un sito di booking. È ciò che separa me, viaggiatore, dal mio prossimo affittuario ed “amico” […]

Si parla da anni ormai di disintermediazione del mercato turistico, Airbnb e relativi cloni dimostrano che questo processo è ancora in atto e crea nuove opportunità:

  • Per l’aggregatore, che in questo caso perde il connotato negativo del disintermediario acquisendo invece il valore positivo di enabler e garante: parlando di valore, 112 milioni di dollari vi sembrano pochi :-)? 
  • Per il turista: basta alberghi e receptionist anonime ma veri appartamenti e ospitalità locale (occhio, non è tutto oro quello che luccica, leggete bene le recensioni)
  • Per il locale: un modo per avere un’entrata più al mese senza investimenti economici (anche se non fila sempre tutto liscio)

Il terzo punto a mio avviso è quello più affascinante: AirBnb ci permette di fatto di gestire la nostra casa come se fosse una specie di B&B dandoci la possibilità di guadagnare dalla nostra innata ospitalità, di testare le nostre capacità imprenditoriali, per alcuni magari di realizzare un sogno.

Quali altre doti potremmo valorizzare con servizi "alla AirBnb"? Quali altre opportunità esistono di sfruttare i nostri assett per arrotondare lo stipendio?

Potremmo ad esempio trasformare la nostra casa in un ristorante.

Questa è l’idea alla base del progetto Cookous che partirà nel 2012


Quello che Cookous propone è andare a cena da persone capaci di cucinare e allestire una confortevole location a casa propria. Lo schema è quello di eBay, con il venditore che diventa chef e il compratore cliente. […] “Vogliamo dare avvio a nuova attitudine che definiamo social eating. Sulla scia di quello che ha fatto Airbnb nella nuova economia della condivisione […]”

Styleowner invece consente di diventare STYLEpreneur, un’aspirante business woman che ama la moda e ha stile


Our mission is to excite and engage the entrepreneurial spirit in women. StyleOwner makes it super easy and fun for anyone to create an online store and personalize it for their social network by curating from an amazing catalog of great fashion brands. STYLEpreneurs* provide friends with customized recommendations and make a generous 10% commission on every sale. True social selling for the first time.

Possibile evoluzione della fashion blogger?

Un’altra tipologia di servizi che vale la pena di aggiungere è il car sharing promosso da siti come RoadSharing


Quanti sono coloro che, vuoi per motivi di lavoro, di studio o altro, si spostano in continuazione soli in auto, spesso anche più di una volta nella settimana? Sicuramente moltissimi… RoadSharing.com è un modo facile per trovare compagni di viaggio, è un punto di incontro fra chi cerca e chi offre passaggi auto per risparmiare, inquinare meno e fare nuove amicizie! Ve ne vengono in mente altri? Quali invece devono ancora essere creati?

La proliferazione di questi servizi che potremmo definire di Business DIY (Do-it-Yourself) crea nuove opportunità di comunicazione anche per le aziende che possono inserirsi con i loro prodotti all’interno di nuovi contesti collaborando con possibili nuovi “influencer”. Faccio qualche esempio:

  • Aziende di arredamento che si offrono di rimodernare casa per renderla ancora più accogliente
  • Aziende food & drink che forniscono gli ingredienti per la cena perfetta
  • Aziende automotive che propongono un checkup della vettura

E altro ancora.

Secondo voi quali saranno le conseguenze del fenomeno Business DIY?