I buoni propositi non sono il mio forte, del resto chi riesce davvero a mantenerli?
Uno dei miei di quest'anno era scrivere almeno un post al mese, direi che ho fallito miseramente.
Ci voleva Io Donna con l'iniziativa A passo di donna a farmi tornare la voglia.
Poi se il tema è Cannes e nello stesso articolo le mie adorate scarpe gialle direi che ogni restistenza è futile.
Un'intervista di tre sole domande ma tante emozioni
Chi sei (raccontaci qualcosa di te e di quello che fai nella vita, le tue passioni, quello che ti fa sognare)
Il traguardo raggiunto (c’è un momento nella tua vita professionale o privata in cui hai capito di aver raggiunto un traguardo, raccontaci qual è!)
Le scarpe indossate (Per andare lontano servono passione, talento e…buone scarpe! Quali avevi ai piedi in quel momento o quali sono per te quelle che simboleggiano quel momento?)
Non vi anticipo niente anche se per alcuni di voi sarà un rileggere le emozioni che ho già raccontato allora proprio in questo blog.
È il trending topic del momento tra gli addetti ai lavori: il Graph Search di facebook.
La prima vera innovazione del 2013 dopo un 2012 ricco di piccole grandi novità.
Graph Search può aiutarti a trovare istantaneamente altre persone, conoscere più cose su di loro e fare connessioni, esplorare foto, trovare rapidamente luoghi come attrazioni locali e ristoranti, e conoscere interessi comuni come musica, film, libri e altro ancora. Tutti i risultati sono unicamente basati sulla forza delle relazioni e delle connessioni [Fonte: blog.tagliaerbe.com]
“Search”, “trovare”… è praticamente immediata l’associazione con Google, ossia il motore di ricerca per eccellenza nonché big competitor di Facebook , tanto che Zuckerberg ha messo subito le mani avanti specificando che il Graph Search non è come la ricerca generalista ma un modo di cercare informazioni all’interno del proprio network di contatti, il Social Graph.
Nell'esempio illustrato dal CEO, la ricerca sul Web prevede l'immissione della chiave di ricerca hip-hop per poi ottenere milioni di risultati con annessi link. Il funzionamento di Graph Search prevederà invece la digitazione della più lunga domanda a quali tra i miei amici piace l'hip-hop? [Fonte punto-informatico.it]
Tutti d’accordo quindi nel comprendere che il Graph Search sia una modalità di ricerca diversa da quella di Google, meno sul fatto che non siano in competizione. Entrambe soddisfano un bisogno, partono da un insight e questo le rende potenzialmente sostituibili.
Vi guido nel mio ragionamento.
Chi mi conosce sa che ho il bisogno di contestualizzare ogni mutamento inerente ai social media in una cosiddetta visione d’insieme, in una sorta di percorso evolutivo, e quando penso alla trasformazione di facebook mi immagino un gruppo di persone attorno ad una lavagna con sopra disegnato lo schema stilizzato del path-to-purchase, ossia del percorso d’acquisto, e lunghe discussioni e confronti per capire come presidiare ogni singolo step attraverso le potenzialità del social networking.
Le integrazioni all’interno dell’offerta di facebook lanciate nel 2012 sono infatti mirate a dare strumenti alle aziende per raggiungere il proprio target in particolare nelle ultime fasi del percorso d’acquisto.
Exchange (FBX) ad esempio
Facebook Exchange è un modello di pubblicità basato su un sistema di offerte in tempo reale ( Real-Time Bidding), dove gli ad sono piazzati grazie ad alcune piattaforme, note come demand-side platforms (Dsp) […] In pratica si tratta di integrare la cronologia di navigazione dell’utente nel sistema di offerta pubblicitaria, come già fatto da Google e altre aziende. Un esempio? Se avete cercato un biglietto per le Hawaii su un sito di viaggio ma non lo avete comprato, allora lo stesso sito potrebbe comparire nell’ormai famigliare barra laterale proponendovi di acquistare un biglietto per Honolulu o una stanza in un hotel" [Fonte Wired.it]
è stato spiegato al mercato con lo schema qui sotto, un path-to-purchase suddiviso nelle due macrofasi Demand Generation e Demand Fulfillment
Più immediato in questa logica è il lancio delle facebook offers,
la funzione Facebook offers è il servizio di social shopping […] che consente alle aziende proprietarie di una fanpage di pubblicare offerte e sconti esclusivi per i propri fan [Fonte Ninjamarketing.it]
che strizza l’occhio ai deals e al commercio elettronico lavorando quindi sull’intenzione d’acquisto e sull’effettivo purchase.
Anche le custom Audiences
Custom audience: strumento che consente di fare il matching tra i propri fan e una propria lista proprietaria di contatti (es. Mailing list) in modo da poter creare annunci profilati ai già clienti o prospect della nostra azienda [Fonte digitalmarketinglab.it]
trovano il loro posto in questo ragionamento in quanto rendono facebook uno strumento prezioso di CRM accrescendone l’importanza nella fase di fidelizzazione e quindi di riacquisto del prodotto o del servizio.
E il Graph Search?
Che ruolo potrebbe avere all’interno del percorso d’acquisto? Quale fase influenza?
Proprio come nel mio immaginario, mi sono messa davanti ad una lavagna, ho coinvolto i miei colleghi, mi sono dotata di pennarelli colorati e ho disegnato la mia personale visione di path-to-purchase, o almeno quella che trovo più comoda per i miei ragionamenti.
Sono partita dalle fasi:
AWARENESS: vengo a conoscenza dell’esistenza di un prodotto/servizio
INTEREST: il prodotto/servizio cattura la mia attenzione. Voglio saperne di più
CONSIDERATION: prendo in considerazione l’idea di comprarlo . Chiedo conferme. Raccolgo stimoli
INTENTION TO BUY: lo comprerò
PURCHASE: lo compro
LOYALTY (RE-PURCHASE): mi piace, lo ricompro. Lo consiglio.
Successivamente ho inserito nello schema i servizi di facebook citati e il search di Google.
Coerentemente con quanto teorizzato da Google ho inserito a metà strada tra Interest e Consideration la sigla ZMOT, ossia Zero Moment of Truth.
ZMOT rappresenta la ricerca della "Verità" attraverso le informazioni disponibili in rete prima di procedere all’acquisto.
In cosa si differenzia il Graph Search di Facebook? Come dice Zuckerberg
“We can answer a set of questions that no one else can really answer. All those other services are indexing primarily public information, and stuff in Facebook isn’t out there in the world — it’s stuff that people share.”
La keyword in questo caso è ancora una volta People: persone che conosciamo, persone di cui spesso ci fidiamo per le nostre scelte. Se cerco informazioni su un film di cui ho sentito parlare e scopro tramite facebook che la mia migliore amica lo ha già visto e non le è piaciuto in un attimo ho ottenuto il dettaglio più importante tra tutti quelli che potevo trovare in rete. Forse non ho nemmeno il bisogno di proseguire con la ricerca.
E se invece di un film fosse un ristorante? O un telefono cellulare?
Il Graph Search e la cosiddetta ricerca generalista sono diverse ma potenzialmente sostituibili nel path-to-purchase. Entrambi fanno leva sulla fase di Interest e Consideration (spesso a loro volta sovrapponibili per acquisti non complessi): il primo sulla sfera più razionale, l’altro su quella più istintiva ed emozionale.
In entrambi i casi quindi possiamo parlare di ZMOT: con il Graph Search la ricerca del TRUTH, della verità, fa posto al Power of TRUST, alla fiducia che abbiamo non tanto nel nostro network, ma nella conoscenza delle persone che ne fanno parte.
Sarà interessante osservare nel tempo come il Graph Search impatterà nelle decisioni di un’azienda e come influirà sugli investimenti pubblicitari.
Come direbbe mia mamma “Watch this space”.
[Grazie a Mattia e a Stefano per avermi accompagnato in questo percorso e per avermi aiutato a dar vita a questo post]
Ci sono due tipi di aziende che sbagliano l’approccio alla misurazione: quelle che preferiscono non misurare i risultati delle proprie attività sui social media e quelle che lo fanno considerando le metriche sbagliate. Le prime pensano che sia inutile qualsiasi tipo di analisi scientifica perché l’importante è esserci dato che ci sono anche i concorrenti. Le seconde, pensando di essere più sveglie, applicano le logiche di misurazione dei mass media a spazi relazionali. […] Quante volte avete sentito parlare di obiettivi di questo tipo “entro l’anno dobbiamo superare il milione di fan” […] Sarebbe più opportuno ragionare in termini di engagement ossia di reale coinvolgimento. Ad esempio quanti e quali, tra fan e follower, considerano talmente interessanti le attività messe in campo da rilanciarle o scriverne? E inoltre qual è il giudizio che ne danno?
Ovviamente non posso che essere d’accordo con il punto di vista di Vincos, la corsa ai fan fine a se stessa è un approccio sbagliato verso i social media e un investimento economico, seppur efficace, decisamente poco efficiente.
Allo stesso tempo non condivido l’atteggiamento di condanna che molti hanno nei confronti di questo kpi quantitativo senza motivarne le ragioni, incapaci di spiegare che per molte aziende la costruzione di una fanbase numerosa rappresenta il primo step di quello che potremmo definire un path-to-engagement o più in generale di creazione di una community. Banalmente parlando credo che in pochi consiglierebbero di creare una pagina senza spingerla con un minimo investimento in facebook ads, scelta contestabile nel caso in cui questa sia l’unica azione proposta.
A mio avviso la domanda “Come posso aumentare il numero dei miei fan?” può avere una risposta sanzionatoria (“stai sbagliando a farmi la domanda”), tattica (“dammi tot mila euro per tot mila fan”) oppure strategica per il brand e costruttiva per il potenziale rapporto di fiducia tra i due interlocutori. Personalmente in questi casi colgo la palla al balzo per mettere giù le basi del ragionamento che può sottendere a questa domanda:
I fan non sono interazioni con un link ma sono le stesse persone che puoi trovare al supermercato a comprare il tuo prodotto o a parlare del tuo disservizio mentre bevono il caffè con le amiche (a meno che non siano BOT ma questo è un altro discorso)
facebook non è uno spazio chiuso, molti dei contenuti visibili al suo interno sono frutto di un’azione che è accaduta in un ambiente esterno e diversi siti internet consentono di fruire di una navigazione e di risultati di ricerca personalizzati grazie all’utilizzo del proprio account
la pagina facebook è oggi un owned media (o “rented”?) a disposizione dell’azienda verso il quale ha senso spingere traffico e a cui dare visibilità all’interno delle proprie attività di comunicazione e non solo
Per semplificare l’esposizione di questi concetti ho creato una mappa di posizionamento degli asset che un’azienda dispone per costruire la propria community all’interno di un social network come facebook e l’ho chiamata S.A.M. (Social Assets Map).
Gli assi che ho utilizzato sono: pubblicitari vs non pubblicitari e all’interno di facebook vs fuori dal social network.
All’interno dei quadranti ho quindi inserito
adv + facebook : facebook advertising
not adv + facebook: pagina facebook e apps
adv + not facebook: tutti gli altri media online e offline come televisione, stampa quotidiana e periodica, radio, online display advertising, cinema, etc.
not adv + not facebook: owned media a disposizione dell’azienda, dal sito internet al flagship store, dal packaging di prodotto al sacchetto della spesa.
Ovviamente la mappa non ha la pretesa di essere esaustiva ma di cogliere l’opportunità da una domanda apparentemente sbagliata di dare una visione più completa del ventaglio di possibilità che i social media offrono.
La stessa mappa può essere chiaramente personalizzata utilizzando Twitter come social network – soprattutto con il crescente ingresso di player italiani nel mercato dei promoted – o in generale a tutti i social media.
Cosa ne pensate? Voi come la usereste? Come la arricchireste?
Capo de LaFra “Mi accompagni a Roma per una presentazione?”
LaFra “Sì certo quando?”
Capo de LaFra “Mercoledì alle 9, valuta tu se andare martedì sera o partire la mattina stessa”
LaFra (pensa) “Chissà se riesco a trovare il tempo per andare a trovare la Nonna… Ah no…. Non c’è”
Sono passati quasi tre mesi da quando mia Nonna se n’è andata ma qualche giorno fa ho capito che non me ne sono ancora resa conto del tutto. Nemmeno oggi su questo treno diretto per Roma.
Non appena arrivavo alla stazione Termini o all’aeroporto di Fiumicino la chiamavo, il più delle volte non riuscivo ad andare a trovarla e quindi chiamarla da Roma o da Milano cambiava poco ma a lei faceva piacere, sentiva di non dover alzare troppo la voce al telefono perché eravamo a qualche decina di chilometri di distanza. Quando vivevo a Londra temevo per le sue corde vocali, con calma le dicevo “Nonna, guarda che ti sento benissimo”.
Chissà quanti aneddoti avrete anche voi sui vostri nonni, io ne ho inserito qualcuno in una lettera che avevo scritto la sera prima del funerale quando mio zio mi chiese se potevo leggere qualcosa durante la cerimonia in rappresentanza della famiglia.
Non ce l’ho fatta.
O meglio l’ho letta, ma non in chiesa, in macchina con mio padre mentre andavamo al cimitero “Sai papà alla fine ieri ho scritto qualcosa, ma non sono riuscita a leggere” “Vuoi leggere ora qui, solo a me?”. E così è stato tra una lacrima e un singhiozzo.
Quel giorno mi ha chiesto se con calma una volta a casa potevo trascrivere quelle parole “al computer” così avrebbe potuto rileggerle. Eccole.
14 marzo 2012
Mi chiamo Francesca, sono una dei sei nipoti di Tilde, la più giovane anche se lei avrebbe detto la più piccola.
Forse proprio perché sono la più piccola sono sempre stata molto coccolata dalla famiglia e soprattutto da lei, o forse perché io e mia nonna ci somigliavamo molto, o forse perché ho cercato spesso nella mia vita di somigliare a lei.
Mia nonna era una donna eccezionale.
È morta all’età di 88 anni mentre io raccontavo ai miei amici che ne avrà avuti una settantina portati bene.
Quando andavo a trovarla, o quando ci parlavamo al telefono, mi diceva sempre che ero una forza della natura, orgogliosa di quella nipote che aveva studiato e aveva il “posto fisso” ma forse non si rendeva conto che la vera forza era lei, che spesso quando la chiamavo lo facevo perché avevo bisogno di sentirmi dire che se lo desideravo potevo ottenere tutto quello che volevo.
Mia nonna ne ha passate tante ma sempre a testa alta. Si confidata con me ma non si è mai lamentata una volta della sua vita.
Sì, ogni tanto si lamentava del nonno Casadei che non la portava fuori o al mare ma non l’ho mai vista lasciarsi andare giù. Ora potrà ricominciare a mugugnare e mio nonno tornerà ad urlare “Tildee” ogni 10 minuti. Me lo immagino seduto a capotavola dove si è sempre seduto il capofamiglia e lei che sgambetta e si agita intorno ai fornelli per preparargli le fettuccine.
Ho sempre avuto l’impressione che mia nonna non avesse paura di niente e ancora oggi non so se c’era qualcosa che la spaventava, forse la solitudine. Ora non è più sola.
Settimana scorsa quando abbiamo parlato al telefono le ho raccontato che in ufficio e a casa, anche se sono al quarto piano, salgo a piedi perché ho paura dell’ascensore. Lei mi ha detto “Naaaa, tu sei più forte di così”, più forte della mia paura.
Io ho tante paure e debolezze ma mi sento comunque una donna forte e lo devo soprattutto a lei.
Ieri mattina mi sono svegliata ad Alba e quando sono scesa in strada sono stata accolta da un forte profumo di cioccolato. Me lo avevano raccontato ma viverlo nelle mie narici è stata un'esperienza diversa: ho chiuso gli occhi e mi sono sentita come uno dei bambini a spasso nella fabbrica di cioccolato di Willy Wonka.
Il mio intervento ha avuto come filo conduttore le tecniche di storytelling come strumento di comunicazione dalle origini a oggi e le motivazioni che stanno dietro al rinnovato bisogno di coinvolgere le persone con la narrazione piuttosto che colpirle come target con un messaggio lungo 30 secondi a ripetizione.
In particolare mi sono soffermata sulle opportunità per il turismo dove ritengo ci sia ancora molta descrizione e poca narrazione e su come i diversi social media stanno abbracciando la rinascita di questa disciplina vedi il Diario di Facebook, le Storie di Twitter, l'evoluzione di Google + e i nuovi strumenti di content curation come Storify.
Settimana prossima, mercoledì precisamente, parto per New York.
Come potete immaginare non vedo l’ora ma l’obiettivo di questo post non è chiedervi consigli su cosa fare o non fare (se proprio volete vi propongo di testare con me Trippy lasciando qui le vostre recommendation), ve ne parlo perché questo viaggio mi ha dato finalmente il pretesto per esplorare in profondità il fenomeno turistico dell’anno AirBnb.
Airbnb permette di affittare a viaggiatori provenienti da tutto il mondo, qualunque spazio a propria disposizione (da un divano a un intero castello). Se invece si è in viaggio, airbnb permette di dormire in posti unici e di conoscere le persone locali, risparmiando e divertendosi molto di più!
un sito “affitta camere/casa”. Non è il couch surfing, non è solo un sito di booking. È ciò che separa me, viaggiatore, dal mio prossimo affittuario ed “amico” […]
Si parla da anni ormai di disintermediazione del mercato turistico, Airbnb e relativi cloni dimostrano che questo processo è ancora in atto e crea nuove opportunità:
Per l’aggregatore, che in questo caso perde il connotato negativo del disintermediario acquisendo invece il valore positivo di enabler e garante: parlando di valore, 112 milioni di dollari vi sembrano pochi ?
Per il turista: basta alberghi e receptionist anonime ma veri appartamenti e ospitalità locale (occhio, non è tutto oro quello che luccica, leggete bene le recensioni)
Per il locale: un modo per avere un’entrata più al mese senza investimenti economici (anche se non fila sempre tutto liscio)
Il terzo punto a mio avviso è quello più affascinante: AirBnb ci permette di fatto di gestire la nostra casa come se fosse una specie di B&B dandoci la possibilità di guadagnare dalla nostra innata ospitalità, di testare le nostre capacità imprenditoriali, per alcuni magari di realizzare un sogno.
Quali altre doti potremmo valorizzare con servizi "alla AirBnb"? Quali altre opportunità esistono di sfruttare i nostri assett per arrotondare lo stipendio?
Potremmo ad esempio trasformare la nostra casa in un ristorante.
Questa è l’idea alla base del progetto Cookousche partirà nel 2012
Quello che Cookous propone è andare a cena da persone capaci di cucinare e allestire una confortevole location a casa propria. Lo schema è quello di eBay, con il venditore che diventa chef e il compratore cliente. […] “Vogliamo dare avvio a nuova attitudine che definiamo social eating. Sulla scia di quello che ha fatto Airbnb nella nuova economia della condivisione […]”
Styleowner invece consente di diventare STYLEpreneur, un’aspirante business woman che ama la moda e ha stile
Our mission is to excite and engage the entrepreneurial spirit in women. StyleOwner makes it super easy and fun for anyone to create an online store and personalize it for their social network by curating from an amazing catalog of great fashion brands. STYLEpreneurs* provide friends with customized recommendations and make a generous 10% commission on every sale. True social selling for the first time.
Possibile evoluzione della fashion blogger?
Un’altra tipologia di servizi che vale la pena di aggiungere è il car sharing promosso da siti come RoadSharing
Quanti sono coloro che, vuoi per motivi di lavoro, di studio o altro, si spostano in continuazione soli in auto, spesso anche più di una volta nella settimana? Sicuramente moltissimi… RoadSharing.com è un modo facile per trovare compagni di viaggio, è un punto di incontro fra chi cerca e chi offre passaggi auto per risparmiare, inquinare meno e fare nuove amicizie! Ve ne vengono in mente altri? Quali invece devono ancora essere creati?
La proliferazione di questi servizi che potremmo definire di Business DIY (Do-it-Yourself) crea nuove opportunità di comunicazione anche per le aziende che possono inserirsi con i loro prodotti all’interno di nuovi contesti collaborando con possibili nuovi “influencer”. Faccio qualche esempio:
Aziende di arredamento che si offrono di rimodernare casa per renderla ancora più accogliente
Aziende food & drink che forniscono gli ingredienti per la cena perfetta
Aziende automotive che propongono un checkup della vettura
E altro ancora.
Secondo voi quali saranno le conseguenze del fenomeno Business DIY?
Un paio di settimane fa ho partecipato al Meetup “foursquare goes to Milan” in cui gli appassionati dell’ormai nota piattaforma di geolocalizzazione hanno potuto incontrare Charles Birnbaum, foursquare Manager of Business Development.
I presenti sanno che Charles non ha tenuto speech ma ha preferito dialogare in modalità one-to-one (o one-to-few visto il numero di persone che ogni volta si radunavano attorno a lui e all’interlocutore di turno) rispondendo in maniera informale – ma allo stesso tempo senza sbottonarsi troppo – alle domande dei presenti.
Ho colto anch’io l’occasione per condividere alcuni pensieri che sto facendo sul futuro di foursquare chiedendo da una parte una sua opinione dall’altra anticipazioni su cosa bolle in pentola.
La domanda con cui ho intavolato il discorso è stata
“Grazie alla geolocalizzazione e a foursquare in particolare, la location, o meglio la venue, acquisisce maggiore importanza e attira l’interesse delle aziende come media [digital media, va da sé che un media lo era già prima]: avete intenzione di fare leva su questo fenomeno offrendo nuovi strumenti alle aziende?”
Charles mi ha risposto che hanno iniziato a pensarci, che vogliono ampliare l’offerta alle aziende in modo da prevedere degli strumenti anche per i product brand ma per il momento concentreranno le loro forze sulla crescita della user base.
Mi sono immaginata un futuro in cui gli special non saranno più solo egoriferiti ma saranno co-branded, un futuro in cui la venue diventerà uno spazio media da vendere alle aziende che non hanno una presenza sul territorio. Faccio qualche esempio di special:
Offerta 1+1 per prodotti food facendo check-in al supermercato
Birra gratis ad una comitiva di amici per check-in collettivi all’interno di un pub
Supermercato e pub sono quindi location che diventano media per i brand food e beer .
Lo so che c’è chi mi odierà solo per averlo pensato ma è un’ipotesi a mio avviso molto concreta. Inoltre con i limiti attuali imposti da foursquare sul numero di Special attivabili le offerte avrebbero un carattere di esclusività e si eviterebbe il fenomeno dell’affollamento temuto sia dagli utenti sia dalle aziende.
Se ci concentriamo sui possibili effetti positivi tralasciando quelli negativi legati ad un uso inconsapevole e speculativo della venue, un approccio di questo tipo porterebbe benefici a tutte le parti coinvolte:
Utenti: benefici legati a sconti, promozioni, offerte speciali come forma di reward all’interazione con la venue
Aziende: possibilità di raggiungere l’utente attraverso un nuovo media in maniera esclusiva nel momento in cui è vicino al point-of-purchase
Gestori della Venue: nuovo strumento di valorizzazione economica e conseguente monetizzazione della propria location
foursquare: possibili impatti sull’aumento della user base grazie ad una maggiore visibilità garantita dalle aziende e ad una maggiore interazione con le venue da parte degli utenti
È auspicabile un futuro così o sarebbe quasi meglio scongiurarlo?
Quali sono secondo voi gli strumenti che foursquare in futuro metterà a disposizione dei product brand?
[…] l’interesse del mercato si è spostato dagli owned media, siti di proprietà interamente gestibili dal proprietario (owner), ai bought media, spazi sui siti a largo traffico che è possibile acquistare, fino ad arrivare agli earned media, ambienti online dove il posto ma soprattutto il consenso da parte degli utenti te li devi diciamo guadagnare […]
[…] Oggi pensare ai social media unicamente come un mezzo per generare earned media è limitante e può provocare disillusioni e disattese nei confronti delle sue potenzialità. Diverse aziende utilizzano i social media anche come owned media, creando al loro interno pagine e profili con contenuti ad hoc, e come bought media, sfruttando le opportunità di pianificazione pubblicitaria offerte dai main player come YouTube e Facebook […]
A distanza di un anno credo ancora che questo approccio sia utile per avere una visione d’insieme della presenza online di persone e aziende ed in generale dell’evoluzione dei media. Nonostante le continue integrazioni e contaminazioni tra i diversi ambienti rendano difficile una categorizzazione è utile attribuire un ruolo a ciascuno per capire come distribuire le proprie risorse, definire gli investimenti necessari, scegliere gli strumenti di misurazione adatti e identificare i corretti kpi.
A questo proposito mi sono soffermata a ragionare sul ruolo che hanno i brand – qualunque essi siano – nel creare nuovi spazi e servizi online e su come si siano evoluti i cosiddetti owned media.
Nel tentativo di riappropriarsi di uno spazio proprietario, svincolato quindi da altri media, come nel caso delle pagine su Facebook, alcune aziende stanno cercando di creare ambienti in grado di valorizzare la propria utenza sfruttando le dinamiche comportamentali consuetudinarie ed emergenti e i trend più rilevanti.
Vi faccio tre esempi:
Gamification: Badgeville e Fangager
Branded aggregator: Gente del Fud
Gruppi d’acquisto: eBay Group Gifts e AmazonLocal
Gamification: Badgeville e Fangager
In questo ultimo periodo ho letto tanti articoli sul fenomeno gamification, merito anche dell’arrivo di Badgeville in Italia e dell’incontro tra Maarten de Zeeuw e alcuni blogger/professionisti/amici dove si è parlato tra le altre cose anche di evoluzione dei siti web aziendali
Il trend? Si va verso l’integrazione completa: la seamless integration! Se in passato i siti aziendali non erano un luogo di raccolta per i propri social network e si limitavano ad un “vieni a trovarci su Facebook”, oggi il sito potrebbe diventare un hub per tutta la propria comunicazione digitale.
Badgeville introduce all’interno del sito alcune logiche legate al concetto di gamification tra cui assegnare punteggi e badge virtuali per gli utenti più attivi un po’ come avviene su foursquare per la geolocalizzazione, su miso per la visione di film, programmi e serie televisive, su Consmr per la spesa online, etc.
E non è il solo. Un altro esempio di azienda che sta offrendo un servizio analogo è Fangager che mette a disposizione anche una serie di apps per incrementare il livello di engagement con i propri utenti.
In molti si chiedono se questo fenomeno non sia destinato ad esaurirsi a breve soprattutto nei casi in cui le logiche di gamification proposte siano riconducibili più a concetti di pointification o di badgeification ma in generale l’interesse è molto alto e sono sicura che seguiranno ulteriori sperimentazioni, sviluppo di nuove piattaforme, ingresso di nuovi player e rumors da parte di quelli esistenti.
Branded aggregator: Gente del Fud
Due settimane fa ho avuto la possibilità di partecipare alla presentazione del nuovo progetto di Pasta Garofalo “Gente del Fud” insieme a circa 80 blogger, soprattutto food blogger.
Gente del Fud (simpatica omofonia che sta per food e Sud) è un portale che ha lo scopo di diventare uno strumento per la ricerca di sapori e produttori delle più diverse vivande. Il foodblogger si registra sul sito e da quel momento in poi può contribuire a inserire informazioni e notizie su prodotti e produttori di cibi, spezie, vivande ed altri alimenti attraverso la compilazione di una scheda che prevede la geolocalizzazione del prodotto. Le regole di partecipazione sono due: la prima è inserire prodotti del territorio che si conosce la seconda è compilare la scheda con un atteggiamento di apertura e condivisione (modo elegante per dire di evitare la guerra di religione a favore del produttore A contro il produttore B)
a cui si aggiunge il suo interessante punto di vista sulla tipologia di progetto
è un progetto di crowdsourcing in cui il ruolo del blogger è di esperto e competente. Se volessi usare un neologismo possiamo considerarlo un caso di blogsourcing, ovvero crowdsourcing attraverso i blogger.
Un owned media quindi che cerca di appropriarsi del fenomeno del crowdsourcing dandogli un taglio originale e in grado di valorizzare la propria community.
Il valore aggiunto non è legato solo alla natura esclusiva del sito che prevede in questo momento l’intervento dei soli utenti selezionati ma anche alla possibilità di restituire ai food blog partecipanti parte di quella visibilità che stanno pian piano perdendo nelle SERP di Google.
Questo è un altro dei temi caldi della rete in questi ultimi mesi: il recente aggiornamento di Google, denominato Panda, ha l’obiettivo di penalizzare i siti con contenuti di bassa qualità che godono di un ottimo posizionamento come gli aggregatori a favore di siti con contenuti di qualità superiore tra cui possibilmente anche i blog di cui fanno parte i post aggregati.
Quindi senza dilungarmi oltre si potrebbe dire che anche in questo caso un brand cerca di sfruttare trend dominanti nella rete a proprio beneficio per la creazione di nuovi owned media.
Gruppi d’acquisto: eBay Group Gifts e AmazonLocal
Gli ultimi esempi che vi propongo sono legati a big players dell’e-commerce che cavalcando il fenomeno dei gruppi d’acquisto hanno creato il proprio “branded Groupon”: eBay con Group Gifts e Amazon con AmazonLocal.
Nel primo caso viene comunque utilizzato Facebook per reclutare amici con cui acquistare il regalo mentre nel secondo caso Amazon ha sfruttato la partnership con LivingSocial, sito rivale di Groupon.
In questa direzione vale la pena citare l'applicazione facebook Crowdsaver di Wal-Mart.
Insomma come direbbero i britannici “Watch this space”.
What’s next?
Gamification, branded aggregators, quali potrebbero essere i nuovi owned media? Come si evolveranno? Conoscete altri esempi interessanti da segnalare?
Con questo post inizio a condividere una serie di riflessioni e spunti di discussione su alcuni fenomeni relativi all’evoluzione delle PR online. I possibili approcci alle blogger relation rappresenta il primo di un breve elenco, un work in progress ovviamente:
BLOGGER RELATION: APPROCCI POSSIBILI
FRAMMENTAZIONE DELLA PRESENZA ONLINE
CRM 2.0
LO SVILUPPO DEL PR BRAND
Blogger relation: approcci possibili
“Come possiamo coinvolgere i blogger?”
Ho sentito questa domanda tante volte ed è facile rendersi conto che le risposte possono essere altrettante e tutte diverse.
È normale, quelli che oggi vengono definiti blogger – nelle varie declinazioni food blogger, fashion blogger, mum blogger, etc – sono considerati influencer perché sono in grado appunto di influenzare le opinioni di altri, la visibilità dei brand all’interno dei motori di ricerca, spesso sono uomini e donne che lavorano in aziende e che possono dare un importante contributo nella definizione di campagne di comunicazione, strategie di prodotto, e così via.
In ogni caso non voglio dilungarmi sulle motivazioni per cui le aziende vogliono che i blogger parlino dei loro prodotti e partecipino ai loro eventi e iniziative.
Ho fatto invece una riflessione su come sono cambiate le modalità di “coinvolgimento”, come si è evoluto l’approccio cercando di classificarlo in alcune macro tipologie.
Il blog come editore: APPROCCIO UFFICIO STAMPA
L’approccio probabilmente più tradizionale: preparo una cartella stampa e oltre ad inviarla alle testate giornalistiche online e ai magazine lo invio anche ad una selezione di blog. La scelta ricade soprattutto sui blog appartenenti a network e a circuiti di nanopublishing o sui blog verticali che hanno la necessità di pubblicare articoli aggiornati su contenuti relativi ai temi trattati.
Il blog come media: APPROCCIO CONCESSIONARIA
Chiedo al blogger di pubblicare un post sul mio prodotto in cambio di un corrispettivo economico. Esistono società che dispongono di un database di blog da contattare per proporre l’adesione ad una “campagna”: se accettano viene fornito loro un brief e contenuti multimediali che possono utilizzare per scrivere l’articolo. Un approccio assimilabile alle dinamiche di acquisto del media: se voglio che il mio messaggio sia visibile all’interno di un dato sito internet chiamo la concessionaria e compro lo spazio. Analogamente a quanto succede con i media nei casi in cui una campagna viene rifiutata perché il prodotto non è in linea con gli standard qualitativi del sito, anche in questi casi non posso assicurarmi la presenza in un blog specifico ma posso avere la garanzia che il mio messaggio verrà pubblicato all’interno di un numero minimo garantito affine al target o alle tematiche della campagna.
Il blogger come web celebrity: APPROCCIO VIP
I blogger sono coccolati come se fossero delle vere e proprie celebrity: ricevono regali, più o meno “impegnativi”, vengono invitati a party esclusivi, sono più fotografati di Paris Hilton. Il fine di questo approccio ovviamente è spesso analogo a quanto avviene con i VIP: vogliamo che il blogger parli del nostro brand, mostri il prodotto al proprio network di contatti, crei attesa nei confronti dell’evento e condivida le foto che lo ritraggono nei propri spazi social. Forse proprio la natura di questo approccio fa sì che si stia diffondendo sempre più nell’ambito della moda con l’esplosione del fenomeno da qualche anno ormai delle cosiddette fashion blogger.
Il blogger come opinion leader: APPROCCIO POLITICO
Approccio assimilabile a quello “VIP” ma il soggetto che lo intraprende è spesso di natura istituzionale e non ricollegabile ad uno specifico brand o prodotto. Pensiamo ad esempio alle conferenze stampa o agli eventi in cui sono presenti il direttore marketing o lo stesso CEO organizzati dai telco e o dalle multinazionali leader nel campo informatico ed electronics o dagli stessi editori : oltre a giornalisti, politici, imprenditori, troviamo i blogger sia in veste di “special guest” sia come relatore, come per l’appunto “opinion leader”. Attenzione non escludo che molti di questi blogger non siano in primis imprenditori, giornalisti e politici ma mi riferisco al fatto che abbiano un blog, uno spazio personale dove esprimono le proprie convinzioni, le proprie ideologie e in generale le proprie opinioni. Molto spesso si ha la sensazione o la quasi certezza che in ogni caso il personaggio in questione parlerà di noi e quindi ci teniamo alla sua presenza sia per poter essere sicuri di metterlo nelle condizioni di avere tutte le informazioni che gli servono, sia, malignamente parlando, per “tenercelo buono”.
I blogger come tester: APPROCCIO FOCUS GROUP
Anche in questo caso si tratta di un approccio simile a quello VIP, il blogger riceve “regali” e viene invitato ad eventi, ma con un fine diverso: testare un nuovo servizio, un nuovo prodotto, commentare un particolare studio o una campagna pubblicitaria in anteprima. A volte l’oggetto del test viene spedito e si aspetta la reazione, a volte si creano degli spazi online dove parlarne insieme agli altri tester (ad es. un gruppo privato su Facebook), a volte viene organizzato un evento ad hoc. Il test può riguardare un nuovo prodotto o “l’idea” di un nuovo prodotto: non solo esprimere la propria opinione su una nuova variante ma contribuire a crearla o a decidere tra una serie di opzioni possibili.
Il blogger come creativo: APPROCCIO TALENT SCOUT
Molte persone oltre a scrivere un blog coltivano ovviamente tanti altri interessi e passioni e sono particolarmente bravi nel farlo: scrivono poesie e racconti, scattano fotografie, realizzano cortometraggi, disegnano fumetti, pitturano, cantano, suonano uno strumento, conducono trasmissioni radiofoniche, creano dei mashup o delle playlist musicali, e così via. A volte aprono un blog proprio per dare visibilità alle loro creazioni, in alcuni casi le condividono utilizzando altri servizi di sharing oppure le pubblicano sporadicamente nei loro spazi personali; altre volte ancora non sono nemmeno blogger nel senso stretto del termine perchè il loro spazio personale non è un blog ma un account su Flickr o un canale su YouTube ma entrerò più nel dettaglio di questo discorso quando parlerò del tema della frammentazione della presenza online. Adottare questo approccio vuol dire coinvolgere il blogger in iniziative che gli consentono di mettere alla prova le proprie capacità e di dare visibilità al proprio particolare talento, magari facendolo diventare una vera e propria fonte di guadagno. Il brand che promuove questo genere di iniziativa funge quindi da sponsor e da “enabler”.
Questa potrebbe essere una prima fotografia di come si sono evolute le modalità di contatto, interazione e coinvolgimento dei blogger. Vi sembra esaustiva o aggiungereste altre tipologie? Ovviamente non si tratta di una classificazione, i blogger non appartengono ad una categoria o ad un’altra: l’autore di un blog verticale sulla telefonia mobile può ricevere il comunicato stampa relativo all’uscito di un nuovo device e allo stesso tempo essere coinvolto in in un casting per fumettisti perchè ogni giorno pubblica su Flickr una striscia quotidiana sulla sua vita.
Mi piacerebbe dare un seguito a questo post indicando se e quando è giusto o plausibile attivare un approccio piuttosto che un altro e quali sono gli eventuali DOs and DON’Ts di ciascuno. Mi dite come la pensate così raccolgo un po’ di opinioni e materiali?
COMUNICAZIONE DI SERVIZIO: Ho resistito per un po' ma alla fine ho ceduto al lato oscuro e ho creato una pagina su Facebook.
Dopo tanta attesa e partecipazione anche quest'anno è disponibile per il download gratuito "Post sotto l'albero", una raccolta di 135 post ideata e creata da Sir Squonk.
Anche quest'anno all'interno non troverete il mio Psla. Tuttavia ho fatto un miglioramento rispetto agli anni scorsi: l'ho scritto, solo in ritardo rispetto alla data di consegna richiesta dal Sir per la pubblicazione. Purtroppo e io le deadline ultimamente non andiamo molto d'accordo.
Ho pensato allora di scriverlo qui: lasciarlo in bozza mi sarebbe sembrato alquanto incoerente.
UNA VITA IN BOZZA
La vita è come un post.
Quando viene creata non possiamo immaginare bene cosa diventerà. Sappiamo cosa ha reso possibile la sua nascita e quale sarà la sua casa ma finché non inizia a crescere non riusciamo con precisione ad intuire quale aspetto e quale sostanza la caratterizzeranno e la renderanno unica agli occhi di chi la guarda.
Bisogna viverla per saperlo.
E allora ecco che il mondo si divide tra quelli che copiano il post altrui perché hanno fretta di dire sempre qualcosa fregandosene dell’originalità e dell’autenticità; quelli che cambiano sempre template perché il loro aspetto non li convince mai e credono sia sufficiente un cambio d’abito o un ritocco qua e là per sentirsi di nuovo in ordine; quelli che guardano continuamente la preview perché hanno paura delle loro azioni e devono controllare ogni minimo cambiamento; quelli che vivono la propria vita in bozza perché credono che si possa fare sempre di meglio, perché non si accontentano, perché aspettano un segnale che indichi l’arrivo del tanto agognato momento giusto.
Il 2010 l’ho vissuto in bozza, cercando, tentando, correndo, rallentando, crollando, saltando, desiderando. Aspettando.
E poi è arrivato Natale.
A Natale non voglio essere una bozza, voglio cliccare il tasto sinistro sul link Pubblica e sentirmi un post.